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27 giugno 2009

PERCHÉ DOVREI DISPREZZARE LA SCELTA DEGLI IRANIANI ?

di Thierry Meyssan

Numerosi lettori hanno reagito furiosamente all’ultimo articolo di Thierry Meyssan. Egli si era ripromesso di rispondervi. Malauguratamente incorreggibile, non solo egli non fa onorevole ammenda, ma persiste e si firma.

Il mio recente articolo, « La CIA e il laboratorio iraniano », mi è valso una nutrita corrispondenza, principalmente di carattere ingiurioso. Era da tempo che non ricevevo tante proteste estremiste. La maggior parte dei miei corrispondenti mi rimprovera di essere accecato da un « anti-americanismo viscerale » al punto da difendere la « dittatura dei mollah » e da ignorare l’ondata di giovani Iraniani che lottano a mani nude « per la libertà». A guardarle un po’ più da vicino, queste corrispondenze sono poco argomentate, ma intrise d’ irrazionale passione ; come se non si potesse parlare dell’Iran senza essere trasportati dalle proprie emozioni.

Il fatto è che l’Iran non è uno Stato come gli altri. Sull’esempio della Francia del 1789 e dell’URSS del 1917, l’Iran del 1979 ha lanciato un processo rivoluzionario che contesta alcuni aspetti fondamentali del mondo « occidentale » trionfante ; e lo ha fato a partire da una fede religiosa. Trent’anni dopo, noi « Occidentali », continuiamo a sentire la parola del Popolo iraniano come una condanna morale del nostro modello di vita, ossia della società dei consumi e dell’imperialismo. A contrario, noi troviamo quiete solo persuadendoci che la realtà non è che un sogno e che i nostri sogni sono la realtà. Gli Iraniani aspirerebbero a vivere come noi e ne sarebbero impediti da un orribile clero in turbante.

Non so da dove cominciare per spiegare l’Iran moderno a coloro che vogliono comprenderlo. Trent’anni di propaganda hanno forgiato così tante immagini false che bisogna smontarle una a una. Per trarsi fuori dalla menzogna il compito è grande e il momento non è dei più adatti. Vorrei solo mettere in luce alcune osservazioni preliminari.

La rivoluzione islamica ha compiuto grandi progressi : le pene corporali sono divenute un’eccezione, il diritto ha sostituito l’arbitrio, le donne sono sempre più istruite, le minoranze religiose sono tutte protette — ad eccezione, disgraziatamente, dei Baha’i —, etc. Su tutti quegli argomenti, dove noi troviamo screditabile l’attuale regime, gli Iraniano pensano che esso sia assai più civile della crudele dittatura dello Scià imposta da Londra e Washington.

La rivoluzione islamica ha ancora molto da compiere e deve inoltre controllare quel tanto orientale sistema politico che, per dare un posto a ciascuno, moltiplica le strutture amministrative e conduce alla paralisi istituzionale.

Certo, all’epoca dello Scià, c’era anche una borghesia occidentalizzata che trovava più bella la vita. Essa mandava i suoi figli a seguire gli studi in Europa e sperperava senza limiti alla feste di Persepoli. La rivoluzione islamica ha abolito i suoi privilegi, oggi i suoi nipoti sono in piazza. Con il sostegno degli Stati Uniti. Vogliono riconquistare ciò di cui le loro famiglie sono state private e che non ha niente a che vedere con la libertà.

In pochi anni, l’Iran ha ritrovato il prestigio che aveva perduto. Il suo Popolo è orgoglioso di aver prestato assistenza ai Palestinesi e ai Libanesi ai quali ha offerto la ricostruzione delle loro case distrutte da Israele ed armi per difendersi e ritrovare la loro dignità. Ha soccorso gli Afghani e gli Iracheni, vittime di regimi filo-occidentali e poi degli stessi Occidentali. Questa solidarietà gli Iraniani l’hanno pagata a caro prezzo con la guerra, il terrorismo e le sanzioni economiche.

Da parte mia, io sono democratico. Attribuisco importanza alla volontà popolare. Non avevo capito perché bisognasse proclamare la vittoria di George W. Bush prima dello spoglio dei voti dei cittadini statunitensi della Florida. Non avevo nemmeno capito perché, con la borghesia di Caracas, bisognasse felicitarsi con Pedro Carmona per aver posto in carcere Hugo Chavez, quando il popolo venezuelano lo aveva eletto. Non capisco perché sia necessario chiamare Mahmud Abbas, « Signor presidente », mentre impedisce l’elezione del suo successore facendo sequestrare i rappresentanti del Popolo palestinese nelle galere israeliane. Non capisco perché, sotto un’altra denominazione, si prepari l’applicazione del Trattato costituzionale europeo, mentre gli elettori l’hanno respinto. E, oggi, non vedo in nome di quali fantasmi io dovrei incoraggiare la popolazione dei quartieri nord di Teheran a calpestare il suffragio universale e ad imporre Musavi quando il Popolo ha scelto in maggioranza Ahmadinejad.

25 giugno 2009

LA SINDROME DEL FASCISMO



Una sindrome collettiva sta invadendo tutti i ceti sociali, dalle persone di spettacolo, ai comici sino all’ultimo e piccolo uomo di un villaggio: il ritorno del fascismo. Immigrazione, tolleranza sessuale, discriminazione sul lavoro, sfruttamento, ed ogni piccola piaga della nostra società viene giustificata con la parola "pestaggio" o "squadrismo", come se si possa ridurre tutto all’estremismo.
Oggi nel 2008 si parla ancora di svastica ma nessuno hai mai detto però che nella storia, ogni governo nuovo nella sua rivoluzione ha bruciato biblioteche per riscrivere una storia di comodo. Il realtà i crimini più terribili oggi sono compiuti dalle cosiddette classi medie e moderati, i democratici appartenenti ad una borghesia sciocca e sciovinista. Sono loro i militanti di questa "opposizione" che si sta venendo a creare, fatta di professoroni universitari, di figli di papà, che fanno politica per hobby, mentre di notte magari ammazzano qualcuno in una corsa impazzita.

Li abbiamo visti tutti manifestare a Roma, dicendo volgarità, insultando dei Ministri, scendendo nella più deprimente bassezza che possa esistere, che neanche il più vile dei giornalisti avrebbe osato fare. La Guzzanti è andata in Messico per vedere come manifestano le donne, e poi dal palco parla della possibile tresca tra il Cavaliere e il Ministro Carfagna. Ecco, non capiamo qual è il suo problema, magari lei che voleva essere al suo posto. Ma soprattutto ci chiediamo cosa cambia nelle tasche degli italiani se questo è vero oppure no. Siamo davvero arrivati al punto che insceniamo una crisi di borsa perché Berlusconi ha un’amante? Eppure tutti si scandalizzano, e vanno a caccia di scandali, di intercettazioni che, guarda caso, sono pubblicate sempre dal solito quotidiano Repubblica, il democratico e moderato. Parla di prostituzione, riprende il caso di Clinton e la Lewinski, e ripete alla nausea delle cose che tutti hanno già sentito, trite e ritrite. Ma se preferiamo ascoltare questi pazzi esaltati e sentirci dei ribelli, credere di aver detto no ai "poteri" o al "regime", ci sbagliamo di grosso, perché in realtà siamo crollati nella melma della società civile.

In tutto il mondo c’è il malcontento dilagante, anche i ricchi e le caste benestanti hanno paura di perdere quello che hanno e scendono in campo per difendersi con ogni mezzo o propaganda. L’energia ,i termovalorizzatori, i rifiuti, i calcoli, gli scienziati, la Chiesa, gli omosessuali, tutti gridano e ormai persino i cani hanno un’anima che deve essere salvata, persino i morti e i loro nomi devono essere salvaguardati. Noi combattiamo guerre senza sapere perchè, la polizia carica sempre chi ne sa più di loro, e le istituzioni non esistono più. Ma mentre tutti discutono sui falsi problemi che ci hanno creato di proposito per distrarci, in tutto il mondo si prepara la nuova base di una Bretton Woods. Ma a quel tavolo, chi si presenterà per decidere le sorti della nuova umanità e il nuovo controvalore, saranno coloro che possiedono oggi i mezzi per dettare legge. I prezzi stanno aumentando in tutto il mondo, nessuno è stato risparmiato da questa crisi galoppante, e mentre la Russia minaccia di ricorrere alle armi e l’ambasciata americana in Turchia salta, noi ancora stiamo discutendo. Gli Stati Uniti sono in ginocchio, cominciano anche lì scioperi degli autostrasportatori, manifestazioni in cui le persone saccheggiano i negozi, mentre centinaia di persone hanno perso la loro casa e vivono in centri di accoglienza.

Ma avete mai vissuto in America da cittadino libero, siete mai stati fermati dalla polizia con un taser, avete mai affrontato un processo negli Stati Uniti con i medesimi diritti. Beh, sappiate che se non siete figlio di nessuno, in quel paese morite sepolto vivo in un carcere. E questo è il degrado a cui dobbiamo prepararci perché arriverà anche qua. Oggi la sinistra è di uno squallore unico, perché se fino a ieri mangiavano e brindavano a sbafo, oggi gridano estremismo di destra alla prima testa rasata che incontrano. Praticamente oggi è vietato rasarsi la testa altrimenti vieni definito estremista, se ti chiami Hassan sei un fondamentalista, se sei "raffinato" sei un democratico. Alla fine ogni problema si risolve con un nemico, ed è sempre il fascismo il male assoluto, quasi una sindrome, e nonostante siano arrivati i democratici per salvare il popolo italiano e impiccare l'amante del Duce, ancora si ha paura dei fantasmi. Ebbene si, perché la liberazione dell’Italia dal fascismo da parte degli Americani, è lo stesso tipo di salvezza che è toccata all’Iraq e a Saddam Hussein: la condanna a morte. Vorremmo dunque dire alla cara Sabina Guzzanti che il popolo è come una droga, l'effetto del palco droga le persone, anche se non fanno uso di cocaina. Non bisogna essere potenti per sentirsi forti, le folle ubriacano la gente, è come un viagra, però che dura troppo, coinvolgendo altri e spingendoli a combattere delle battaglie inutili.

http://etleboro.blogspot.com/

22 giugno 2009

LA SOTTILE LINEA ROSSA



“Che cosa hanno in comune Michael Ledeen (il neo-con Usa, antenna anti-Craxi a Sigonella), Mir-Hossein Mussavi (il candidato specchio della mafia dell’ex presidente Rafsanjani sconfitto alle elezioni del 24 giugno in Iran) e Adnan Khashoggi (il plutocrate saudita)?”.
Se lo chiede Reza Fiyuzat, analista e docente iraniano, e così risponde: “Sono tutti buoni amici di Manuchehr Ghorbanifar, un presunto agente doppio del Mossad, mercante d’armi nonché figura chiave dell’affaire Irangate”, ovvero gli scandalosi accordi per la vendita di armi Usa a Teheran i cui proventi furono utilizzati dall’amministrazione Reagan per finanziare la controguerriglia dei Contras contro il legittimo governo sandinista nicaraguegno nel biennio 1985-86 (ndd).
Di qui una logica addizione: dietro Mussavi, il cosiddetto “riformista”, protagonista delle manifestazioni “verdi” a Teheran, radicalmente sconfitto dal riconfermato presidente Mahmud Ahmadinejad, “forse” c’è la mano del Mossad, di certo quella della Cia e quella del denaro collaborazionista saudita.
Fatto sta che in Iran il 61,6% dei consensi è stato raccolto da Ahmadinejad e il 35,9 da Mussavi: con uno scarto di oltre 10 milioni di voti. L’operazione segreta atlantica è così fallita.
Washington è adusa a intervenire, in Iran. Come notano i commentatori liberi di mezzo mondo, da Robert Fisk a Thierry Meyssan di “Reseau Voltaire,” o noi di “Rinascita”, lo aveva fatto alla fine della seconda guerra mondiale, lo aveva ripetuto nel 1953 per rovesciare il premier nazionalista Mohamar Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato le risorse petrolifere, aveva armato Saddam contro l’Iran, e anche ora, con il tentativo fallito di “rivoluzione colorata”.
Questa volta l’Iran è diventato il campo di sperimentazione di metodi innovativi di sovversione. La Cia si è appoggiata nel 2009 su una nuova arma: il controllo dei telefoni portatili e di internet. Dalla “globalizzazione” dei cellulari e delle reti in poi, i servizi segreti anglosassoni hanno moltiplicato le loro possibilità di interferenza e influenza. Da “Echelon” a Skype si può captare tutto, diffondere e deviare tutto. La National Security Agency (NSA) - la stessa Autorità manovratrice dell’Iran-Contras - ha ottenuto dai fornitori “privati” delle reti di connessione la massima collaborazione. Ed hanno compiuto, nel caso della campagna per le presidenziali in Iran, una capillare opera di identificazione dei possibili “focolai di resistenza o di dissidio” contro il governo legittimo di Teheran o, al contrario, dei gruppi o delle persone filogovernative.
Hanno così ottenuto una “mappa” su cui manovrare la destabilizzazione, senza oscurare nulla.
Come il Mossad. Che si è guardato bene di ordinare il bombardamento o l’oscuramento delle reti di comunicazione durante l’atroce operazione “Piombo fuso” a Gaza, a cavallo degli inizi di quest’anno.
Attraverso gli sms e le messaggerie così monitorate, i signori del pianeta hanno potuto lanciare decine, centinaia di migliaia di inviti “robotici” alla “resistenza” pro-occidentale. Come il Mossad ha insegnato nel luglio e nell’ottobre del 2008 lanciando messaggi robotici alla popolazione libanese e siriana contro gli Hizbollah e il Baa’th.
Lo stesso metodo impiegato a Teheran per drogare la popolazione. Già ad appena due ore dalla fine delle votazioni una sventagliata di sms eteroinviati avevano “informato” destinatari iraniani selezionati che le Guardie della Costituzione avevano reso nota a Mussavi la sua vittoria e l’uomo di Rafsanjani - lo stesso che tre giorni prima aveva dichiarato “scontata la vittoria di Ahmadinejad”, anche sulla scorta di indicazioni statistiche Usa che alla vigilia conteggiavano in “almeno il 20%” lo svantaggio a favore del presidente uscente - ha così potuto chiamare a raccolta la sua rivoluzione colorata. più tardi un’altra sventagliata di sms informava gli “iraniani selezionati” (indirizzo: twitter@stopAhmadi) sulla necessità di seguire Facebook o i lanci Twitter sulle proteste della dissidenza.
“Sfortunatamente” per i manovratori, la società Twitter però ha fermato nella notte le sue linee di comunicazioni per la “normale manutenzione dei suoi server”.
Subito il Dipartimento di Stato Usa allertava la Twitter per sospendere tale manutenzione. Ne ha dato notizia il New York Times, commentando come tali “operazioni hanno contribuito a seminare la sfida del dissenso” e come fosse impossibile, con questa tattica individuare messaggi veri e messaggi lanciati da Langley (sede Cia).
“Destabilizzare, destabilizzare, destabilizzare. Qualcosa rimarrà.” Questo è quanto accaduto a Teheran e dintorni.
Per adesso il piano atlantico, però, è miseramente fallito. Ma lo scacchiere medio-orientale resta la prima linea dell’attacco atlantico all’Europa.

http://www.rinascita.info/

19 giugno 2009

I MESSAGGI TOSSICI DI WALL STREET




Di Joseph Stiglitz

Tutte Le crisi hanno una fine, oggi si vede nero, ma la crisi passerà. In realtà nessuna crisi passa senza lasciare tracie, nemmeno la gravissima crisi in corso. Uno dei lasciti di questa crisi globale sarà una battaglia d’idee. O meglio, che tipo di sistema economico sarà capace di trarre il massimo beneficio per la maggior quantità di gente. In nessun alto posto questa battaglia è così feroce come nel Terzo Mondo.

Circa l’ottanta percento della popolazione mondiale vive in Asia, America Latina, e Africa.
Di questi, circa 1.400 milioni sussiste con meno di 1,25 dollari al giorno. Negli Stati Uniti, dare a qualcuno del socialista può essere un titolo esagerato. In gran parte del mondo, tuttavia la battaglia tra capitalismo e socialismo - o almeno tra quello che gli americani considerano socialismo – è sempre all’ordine del giorno. E’ possibile che la crisi attuale non abbia vincitori. Però con certezza ha prodotto molti sconfitti, tra questi i difensori del capitalismo praticato negli Stati Uniti. In futuro, infatti, vivremo le conseguenze di questa constatazione.

La caduta del muro di Berlino nel 1989 ha segnato la fine del comunismo come una valida idea.
Infatti, il comunismo da decenni trascinava con sé problemi evidenti, ma dopo il 1989 è diventato molto difficile prendere la sua difesa in modo convincente.
Per una volta si pensò che la sconfitta del comunismo fosse la vittoria sicura del capitalismo, particolarmente il capitalismo di tipo americano. Francis Fukuyama annunciò “la fine della storia”,
definì il capitalismo di mercato democratico come l’ultimo passo verso lo sviluppo sociale e dichiarò che l’umanità doveva andare avanti in quella direzione. Gli storici denominarono i 20 anni successivi al 1989, come il breve periodo di trionfalismo americano. Il crollo delle grandi banche e istituzioni finanziarie, il caos economico e i tentativi di salvataggio furono dominanti in questo periodo. Anche il dibattito sul “fondamentalismo di mercato” con l'idea che i mercati, senza controllo né restrizioni, possano da soli garantire la prosperità e la crescita economica.
Oggi solo l’autoinganno può portare a qualcuno a dire che i mercati possano autoregolarsi o semplicemente fare affidamento nell’interesse personale dei partecipanti del mercato per garantire che le cose funzionino correttamente e onestamente.

Il dibattito economico è particolarmente intenso nel mondo in via di sviluppo. Mentre qui in Occidente tendiamo a dimenticarlo: 190 anni fa un terzo del PIL globale era prodotto in Cina.
Dopo, e in maniera repentina, lo sfruttamento coloniale e gli accordi commerciali sleali, abbinati alla rivoluzione industriale e tecnologica negli Stati Uniti ed Europa, condannarono all’arretratezza i paesi in via di sviluppo. Di conseguenza, dal 1950 l'economia della Cina rappresentava meno del 5 % del PIL mondiale. A metà del secolo XIX, Regno Unito e Francia fecero una guerra per aprire la Cina al commercio globale denominata la “la seconda guerra dell’oppio”. Fu chiama così perché i paesi occidentali avevano ben poco da vendere alla Cina tranne che quelle droghe, che pian piano invasero il loro mercato generando una grandissima addizione tra la popolazione. Con questa guerra, occidente testava in maniera anticipata una via di correzione della bilancia di pagamenti.

Il colonialismo lasciò un’impronta complessa nel mondo in via di sviluppo. Tra la maggior parte delle persone, tuttavia, l'opinione prevalente è che furono stati crudelmente sfruttati.
Per molti nuovi leader, la teoria marxista forniva una suggestiva interpretazione di questa esperienza, sostenendo che lo sfruttamento è stato in realtà il motore del sistema capitalista.
Perciò, l'indipendenza politica che le colonie conquistarono nella seconda guerra mondiale non suppose il proposito del colonialismo economico. In alcune regioni, come l'Africa, lo sfruttamento, l'estrazione di risorse naturali e la devastazione dell'ambiente, in cambio di briciole erano evidenti, mentre in altri paesi fu più sottile. In diverse regioni del mondo, le istituzioni internazionali come il FMI o la Banca mondiale furono strumenti di controllo post-coloniale. Queste istituzioni proporzionarono il fondamentalismo di mercato (neoliberismo – com’è stato spesso chiamato) una categoria idealizzata dagli americani denominata: “LIBERO MERCATO” che spingeva a favore della deregolamentazione del settore finanziario, la privatizzazione e la liberalizzazione del commercio.

La Banca mondiale e il Fondo Monetario Internazionale assicuravano che tutto ciò che facevano era per il bene dei paesi in via di sviluppo. La loro attività era sostenuta dal team di economisti, apostoli del neoliberismo, molti dei quali provenivano dalla cattedrale del libero mercato, l'Università di Chicago. Alla fine, i programmi dei 'Chicago Boys' non hanno portato i risultati promessi. Il reddito si stagnava, e lì dove c’era la crescita, la ricchezza finiva nelle classi sociali più ricche. Le crisi economiche in alcuni paesi diventarono sempre più frequenti. Solo negli ultimi 30 anni, infatti, vi sono stati oltre un centinaio di notevole gravità.

In questo contesto, non sorprende che le popolazioni dei paesi in via di sviluppo abbiano smesso di credere nelle motivazioni altruiste dell’occidente. Sospettavano che la retorica del libero mercato, che presto divenne nota come il "Consenso di Washington" – era la copertura degli interessi commerciali di pochi (sempre gli stessi). Questi sospetti sono stati rafforzati grazie all'ipocrisia dei paesi occidentali. Europa e Gli Stati Uniti non aprirono i propri mercati alla produzione agricola del Terzo Mondo, che spesso era l’unica cosa che questi paesi potevano offrire. Al contrario, li hanno costretti a eliminare le sovvenzioni per la creazione di nuove industrie, anche se loro sovvenzionavano ai propri agricoltori.

L'ideologia del libero mercato è stata un pretesto per avviare nuove forme di sfruttamento.
Le "Privatizzazioni" hanno fatto sì che gli stranieri possano acquistare miniere e giacimenti petroliferi a basso prezzo in paesi in via di sviluppo.
Ciò significava che potevano trarre notevoli benefici delle attività monopolistiche e semi-monopolistiche, come quella delle telecomunicazioni. La liberalizzazione", a sua volta, voleva anche dire ottenere credito facile, e così le cose andavano male: il FMI forzava la socializzazione delle perdite e i popoli erano costretti a fare sacrifici per pagare le banche.
Il libero mercato faceva si che le multinazionali straniere facessero fallire le industrie emergenti, bloccando l’espansione del talento imprenditoriale locale.
Il capitale poteva circolare liberamente, ma non il lavoro, tranne che per i più capacitati individui, che potevano trovare un posto di lavoro nel mercato globale.

Ovviamente, queste sono solo pennellate di un quadro più complesso. In Asia, ad esempio, c'era più resistenza al Consenso di Washington e anche delle restrizioni alla libera circolazione dei capitali. I giganti asiatici India e Cina, a loro modo, hanno portato avanti l’economia raggiungendo tassi di crescita senza precedenti, ma in generale, nei paesi dove la Banca Mondiale e L’FMI controllano le redini, le cose non vanno bene.

Per i critici del capitalismo americano nel Terzo Mondo, la maniera in cui gli Stati Uniti hanno reagito alla crisi è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Durante la crisi asiatica di solo un decennio fa, gli Stati Uniti e il FMI hanno chiesto che i paesi colpiti abbassassero il deficit attraverso i tagli alla spesa sociale. Poco importò che questa misura abbia contribuito a una ripresa dell’epidemia di AIDS in Thailandia, o che in altri paesi, come in Indonesia, abbia significato il taglio di sussidi per l’alimentazione degli affamati.
Gli Stati Uniti e il FMI hanno obbligato ad alzare i tassi d'interesse, in alcuni casi di oltre il 50 per cento. Hanno esortato l’Indonesia ad essere dura con le banche e al governo a non intervenire, argomentando che sarebbe un precedente molto pericoloso per il delicato meccanismo del “libero mercato”.

Il contrasto esibito nella crisi asiatica e americana è ben noto e non è passato inosservato.
Per tirare furori agli Stati Uniti da questa crisi, siamo testimoni di aumenti massicci della spesa e del deficit, con tassi d’interesse ridotti praticamente a zero. Gli aiuti alle banche sorgono da tutte le parti: alcuni funzionari di Washington, che avevano a che fare con la crisi asiatica, sono ora responsabili a dare risposta alla crisi negli Stati Uniti. La gente del Terzo Mondo si domanda: “Perché Gli Stati Uniti usano una cura diversa quando si tratta di se stessi?”
Nei paesi in via di sviluppo, sono in tanti a subire gli effetti della retorica di questi ultimi anni: “Adottate istituzioni come quella degli Stati Uniti, seguite le nostre politiche, impegnatevi a deregolamentare la finanza, aprite i vostri mercati alle banche americane, se volete imparare pratiche finanziarie, e vendete le vostre imprese e banche agli Stati Uniti, soprattutto se il prezzo è un vero affare, in periodi di crisi”. Washington diceva: sì, sarà doloroso, ma alla fine starete meglio. Gli Stati Uniti inviarono ai suoi segretari del tesoro (di entrambi i partiti) in tutto il mondo a predicare la loro dottrina liberista. Agli occhi di molti, la porta girevole, che permette ai leader finanziari americani passare comodamente da Wall Street a Washington e viceversa, dava a loro ancora più affidabilità: dimostravano combinare perfettamente la potenza del denaro con il potere politico. I leader finanziari americani, pensavano che quello che era buono per gli stati uniti e il mondo, lo era anche per i mercati finanziari. Invece non era vero, Non tutto ciò che era buono per Wall Street, era buono per gli Stati Uniti e il mondo.

Non è un semplice gesto di Schadenfreude, di gioia per le disgrazie altrui, quello che motiva il severo giudizio dei paesi in via di sviluppo per il fallimento economico degli Stati Uniti. C’è anche in gioco la necessità di individuare quale sia il sistema economico
migliore per il futuro. Indubbiamente, questi paesi hanno tutto l'interesse di vedere una rapida ripresa degli Stati Uniti. Essi sanno che da soli non potrebbero affrontare quello che gli Stati Uniti hanno fatto per cercare di rilanciare la sua economia.
Inoltre sanno che l’elevato livello di spesa portato avanti dagli americani, non sta funzionando come si sperava, Sanno che dovuto al collasso economico americano, 200 milioni di persone son diventate povere in questi ultimi anni, e sanno che qualsiasi ideale economico sostenuto dagli Stati Uniti deve essere evitato.

Perché dovremo preoccuparci della delusione del mondo intero sul modello capitalistico americano? L’ideologia che abbiamo portato avanti in tutti questi anni ha smesso di funzionare, forse è meglio che non si possa riparare.
Potremo sopravvivere, come abbiamo fatto finora, se nessuno aderisce allo stile di vita americano?

Certamente, la nostra influenza è in declino, poiché è improbabile che ci considerino ancora un modello da seguire. In ogni caso, ciò stava già accadendo in realtà. Gli Stati Uniti avevano un ruolo cruciale nell'economia globale del capitalismo, giacché gli altri ritenevano che avessimo un talento speciale per stanziare risorse finanziarie e fronteggiare i rischi. Oggi nessuno la pensa così: in Asia, dove ci sono ora la maggior parte dei risparmi del mondo, si stano sviluppando i propri centri finanziari. Abbiamo smesso di essere la fonte centrale del capitalismo, le tre banche più grandi sono ora cinesi. La principale banca americana è scesa al quinto posto.

Il dollaro è stato a lungo la moneta di riserva mondiale. I paesi avevano il dollaro come riferimento per determinare la fiducia nelle proprie monete e governo. Tuttavia, e progressivamente, l’idea che il dollaro non può essere un riferimento di valore si è posta alle banche centrali di vari paesi del mondo. Il suo valore, infatti, è oscillato ed è in discesa. L'enorme aumento del debito degli Stati Uniti nel corso di questa crisi, in combinazione con l’indiscriminato prestito dalla Federal Reserve, ha innescato le speculazioni sul futuro del dollaro. I cinesi, apertamente, hanno suggerito la possibilità di passare a un'altra moneta per rimpiazzarlo.

Nel frattempo, il costo per affrontare la crisi è di là delle nostre esigenze. Non siamo mai stati generosi con il nostro aiuto ai paesi poveri. Ma le cose stanno peggiorando. Negli ultimi anni, gli investimenti cinesi in Africa, hanno superato a quelli della Banca Mondiale e la Banca Africana di Sviluppo insieme, anche molto superiori a quelli fatti dagli Stati Uniti. Per affrontare la crisi, i paesi africani sono a Pechino per un aiuto, non a Washington.

Ora, la mia preoccupazione, in ogni caso, ha a che vedere con l’ambito delle idee. Mi preoccupa che, facendosi vedere a poco a poco con maggior nitidezza le falle del sistema economico e sociale americano, le persone dei paesi in via di sviluppo traggano conclusioni errate. Solo pochi paesi – e guarda caso sono proprio gli Stati Uniti – impareranno correttamente la lezione. Si renderanno conto che per riuscire ad andare avanti è necessario un regime nel quale lo scambio di carte tra il mercato e lo stato sia equilibrato, e che questo stato abbia la forza per esercitare forme effettive di regolazione. Si renderanno conto che il potere degli interessi privati deve essere limitato.

Altri paesi, però, hanno tratto conclusioni più confuse e profondamente tragiche. Dopo il fallimento dei loro sistemi dal dopoguerra, la maggior parte dei paesi ex comunisti sono ritornati al capitalismo di mercato e sostituirono Karl Marx con Militon Friedman come nuovo dio. Con la nuova religione, comunque, non gli è andato tutto liscio. Molti pesi possono pensare, di conseguenza, che non solo il capitalismo illimitato, di tipo americano, ha fallito, ma che è il proprio concetto di economia di mercato che ha fallito e che è rimasto inutilizzato. Il vecchio comunismo non ricomparirà, ma sì ritorneranno diverse forme eccessive d’interventismo statale nei mercati. E falliranno. I poveri soffrono a causa del fondamentalismo di mercato, che genera uno spostamento di ricchezza dal basso verso l’alto e non viceversa. Ma i poveri continueranno a soffrire con questo tipo di regime giacché non genereranno crescita. Senza una crescita non ci può essere una riduzione sostenibile della povertà. Non c’è mai stata un’economia efficace che non si sia appoggiata fortemente nei mercati. La povertà stimola la disaffezione. Gli inevitabili fallimenti condurranno a maggiore povertà e saranno difficili da gestire, soprattutto da parte dei governi legati al potere con l’obiettivo di combattere il capitalismo americano. Le conseguenze per la stabilità globale e per la sicurezza degli USA sono evidenti.

Fino ad ora, di solito esisteva un senso di valori condivisi tra gli Stati Uniti e l'élite istruite nel paese stesso. La crisi economica ha eroso l’attendibilità di queste élite. Abbiamo somministrato ai critici del capitalismo delle munizioni potenti e più ampie dell’anti-mercato. E mettiamo a disposizione un numero sempre maggiore di munizioni. Mentre nel recente vertice del G-20, ci compromettevamo a non impulsare il protezionismo, nel frattempo Obama proclamava il "Buy American" nei nostri piani di stimoli. Poi per ammorbidire l’opposizione dei nostri alleati europei, abbiamo modificato questa norma del tutto discriminatoria nei confronti dei paesi poveri. La globalizzazione ci ha resi più interdipendenti; Quello che succede è che una parte del mondo condiziona l’altra, un fatto dal contagio delle nostre difficoltà economiche. Per risolvere i problemi globali, è necessario che sia un senso di mutua fiducia e collaborazione, così come un certo senso di valori condivisi.
Questi rapporti non sono mai stai solidi, e si sono indeboliti ancor di più in questi ultimi tempi.

La fede nella democrazia è un'altra vittima. Nel mondo in via di sviluppo, le persone guardano a Washington e vedono il sistema di governo che ha permesso a Wall Street, di dettare una serie di norme che hanno messo a rischio l’intera economia globale e che quando tocca assumersi le responsabilità, ricorre nuovamente a Wall Steet per gestire la crisi creata da loro stessi.
Il Terzo Mondo vede permanentemente la distribuzione della ricchezza verso l’alto della piramide e non verso la base, chiaramente a scapito dei cittadini. Vede, in sintesi, un problema basico di mancanza di regole del sistema democratico americano. Dopo tutto questo, arrivano alla conclusione che c’è qualcosa che funziona inevitabilmente male con la propria democrazia.
Infine, l'economia americana, si riprenderà, e fino ad un certo punto anche il nostro prestigio all’estero. Per un lungo periodo, gli Stati Uniti erano il paese più ammirato nel mondo, ed è tuttora il più ricco. Piaccia o no, le nostre azioni sono soggette a permanenti esami. I nostri successi sono emulati. Ma i nostri fallimenti sono criticati con derisione. Tutto questo mi fa ricordare Francis Fukuyama. Francis Fukuyama aveva sbagliato a pensare che le forze della democrazia liberale e dell’economia di mercato potessero prevalere e che non ci sarebbe mai stato possibile tornare in dietro, ma non aveva sbagliato nel credere che la democrazia e le forze di mercato siano essenziali per un mondo giusto e prospero. La crisi economica, in gran parte provocata dal comportamento degli Stati Uniti, ha fatto più danni a questi valori fondamentali, in confronto di tutti i regimi totalitari di questi ultimi tempi.
Forse è vero che il mondo si dirige verso la fine della storia, ma adesso si tratta solo di navigare contro il vento ed essere in grado di definire il corso delle cose.

Joseph Stiglitz è professore di economia presso la Columbia University, è stato presidente del Consiglio dei consulenti economici dal 1995 al 1997 e ha vinto il Premio Nobel per l'Economia nel 2001. Attualmente, presiede il comitato di esperti nominato dal Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite per studiare le riforme nel sistema monetario e finanziario internazionale.

Fonte: http://www.visionesalternativas.com/index.php?option=com_content&task=view&id=44281&Itemid=1

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18 giugno 2009

UN FINALE TUTTO DA VEDERE



La crisi finanziaria ed economica scoppiata negli Stati Uniti, alimentata dalla complicità della finanza britannica, e propagatasi poi a tutto il mondo, ha messo a nudo la debolezza della struttura economica a stelle e a strisce condizionata da un enorme debito commerciale e da un altrettanto enorme debito pubblico, ulteriormente aggravato dagli interventi statali del duo Bush ed Obama a favore delle industrie e delle banche che avevano massicciamente speculato.

L’anomalia americana
L’economia statunitense si regge infatti in piedi grazie alla domanda interna e al prestigio di Washington come prima potenza politica e militare mondiale, l’unico Paese in grado, e in tempi rapidi, di spostare le proprie truppe in ogni angolo del globo per imporre i propri interessi o tutelarli quando appaiono minacciati. Dopo il crollo e il dissolvimento dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti si sono infatti trovati ad essere e ad essere percepiti come la sola potenza militare in grado di muoversi autonomamente e di trascinarsi dietro i recalcitranti alleati, italiani in testa.
Questa centralità di Washington ha impedito in particolare il crollo del valore del dollaro che, se se fosse stata un’altra moneta, avrebbe già dovuto risentire pesantemente del doppio peso del debito pubblico e di quello commerciale. Un debito pubblico che ha ormai superato per entità il prodotto interno lordo e questa peculiarità, già grave di per se stessa, assume un significato tutto suo se si pensa che la maggioranza dei titoli di Stato che lo compongono sono stati acquistati dalla Cina per un importo di 1,7 trilioni di dollari. Per la cronaca un trilione è pari a mille miliardi. Questo farebbe supporre un legame inestinguibile fra Washington e Pechino ma da tempo ormai le cose non stanno più così. La Cina è ben cosciente della debolezza degli Stati Uniti e della loro moneta anche se non può permettersi di mettere sul mercato le proprie riserve valutarie in dollari che finirebbero per trasformarsi in carta straccia. In realtà, se si considera l’abnorme quantità di dollari in circolazione sui mercati, la moneta verde è già carta straccia solo che manca qualcuno o qualcosa che lo decreti ufficialmente. La Cina, nella sua fase di crescita e di espansione economica, ha avuto bisogno di legarsi all’economia Usa soprattutto per trovare un mercato di sbocco ai propri prodotti. Ma ora, soprattutto perché ci troviamo in un periodo di recessione, un meccanismo del genere non può più funzionare. Tre anni fa Pechino aveva abbandonato il cambio fisso tra dollaro e yuan. Poi negli ultimi anni comprando dollari ha mantenuto basso il valore della propria moneta e ha aiutato le proprie esportazioni oltre oceano, ristabilendo di fatto un rapporto di cambi fissi tra le due monete. Ma la crisi in corso ha cambiato i termini della questione e la Cina, dopo aver registrato una leggera rivalutazione dello yuan rispetto al dollaro, ha deciso di gettare il primo seme per mettere in discussione l’intero sistema e la centralità del dollaro. Così il governatore della Banca centrale e lo stesso primo ministro di Pechino hanno proposto che il dollaro, in conseguenza della propria debolezza, e della propria sopravalutazione, non debba più essere utilizzato come moneta di riferimento negli scambi commerciali internazionali. Insomma la Cina non vuole che il suo sviluppo economico dipenda dalla domanda di beni proveniente dagli Stati Uniti ma intende semmai seguire la strada che ha sempre caratterizzato lo sviluppo economico americano: quella di puntare sulla domanda interna come fattore trainante e diminuire la dipendenza dall’estero e quindi dalle esportazioni.

Più oro per rafforzare lo yuan
All’interno di tale disegno deve essere letta anche l’altra significativa svolta cinese, quella di investire massicciamente sull’accumulo di oro le cui riserve nei forzieri della Banca di Cina negli ultimi anni sono semplicemente raddoppiate. Pechino vuole insomma diventare una potenza economica a tutti gli effetti, con una struttura interna solida che sia dimostrata dall’affermazione dello yuan come moneta globale di riserva, come valuta di riferimento per il sistema monetario mondiale.
E una sua proposta in tal senso è stata già presentata nelle sedi finanziarie internazionali come Fondo monetario e Banca mondiale. Una proposta che coinvolge come moneta di riserva non solo lo yuan ma anche lo yen giapponese e l’euro. Se questo è il traguardo finale sognato, la Cina sa però bene di essere parzialmente bloccata perché corre il rischio di veder svalutare i propri investimenti di miliardi e miliardi di dollari. Da parte sua Washington persegue un’altra strategia grazie alla stesso disegno seguito in passato nei riguardi dell’Europa. Svalutare il dollaro servirebbe sia a rilanciare la propria economia dalla crisi sia a far perdere valore alle riserve cinesi in moneta verde. L’economia cinese non è comunque tutta rose e fiori. Come sempre succede, dopo la prima fase caratterizzata da un boom delle esportazioni reso possibile da un costo del lavoro pari ad un decimo di quello europeo, da agevolazioni fiscali per le imprese estere che avevano deciso di aprirvi nuovi stabilimenti dove delocalizzare la produzione, per la Cina è arrivata inevitabile la tappa successiva. Una fase, quella attuale, caratterizzata dal calo del tasso di crescita e da un impressionante sviluppo tecnologico che ha abbattuto ulteriormente il costo del lavoro per unità di prodotto e ha innescato l’esplosione della disoccupazione non compensata da un qualsivoglia ammortizzatore sociale in grado di sostenere la domanda interna.

Gli Usa si leccano le ferite
Il segretario al Tesoro Usa, Timothy Geithner, nella sua visita di inizio giugno in Cina, ha chiesto a Pechino di continuare a comprare i titoli di Stato americani e di aumentare i consumi interni e quindi la domanda di beni made in Usa. Allo stesso tempo Geithner ha garantito in cambio agevolazioni per le merci cinesi e migliori rapporti economici e politici tra le due super potenze e quindi un maggiore ruolo dei Pechino negli organismi finanziari internazionali. Si tratta in ogni caso di movimenti in divenire che avranno bisogno di diversi anni per concretizzarsi.
Resta la realtà di una economia, quella statunitense, che con la crisi finanziaria dello scorso anno ha messo in evidenza da un lato tutta la propria debolezza strutturale e dall’altro ha sottolineato quello che potrebbe rivelarsi l’elemento determinante del crollo finale. L’indebitamento delle famiglie ha raggiunto livelli allarmanti, molte sono quelle che hanno dovuto dichiarare bancarotta. La politica della Federal Reserve di tassi di interesse bassi non ha spinto solamente le banche ad indebitarsi per poter speculare. Anche le famiglie, convinte che la cuccagna potesse durare in eterno, avevano utilizzato a più non posso le carte di credito, lo strumento di pagamento per eccellenza negli Stati Uniti e sul quale da sempre le banche erano solite largheggiare.
Ma la mazzata decisiva è arrivata dal crollo del mercato dei mutui subprime e con la conseguente nazionalizzazione di fatto dei due colossi del settore, Freddie Mac e Fannie Mae, che hanno trascinato con sé i destini di milioni di famiglie che si erano indebitate per comprare case di legno in cui nessun italiano abiterebbe mai e che sono le vittime predestinate degli uragani che devastano le zone centrali e meridionali degli Stati Uniti. Gli interventi del Tesoro Usa, più che gli aiuti alle famiglie, penalizzate dalla stretta creditizia, con il fine di sostenerne il potere d’acquisto e sostenere la domanda interna e i consumi, hanno però privilegiato le regalie alle banche e alle industrie, Un segnale evidente che, al di là di una lettura forzata della figura di Obama come uomo del popolo, con un presidente democratico invece di uno repubblicano ben poco è cambiato alla Casa Bianca e al Congresso dove continuano a farla da padrone l’Alta Finanza e la Grande Industria attraverso le loro lobby.
Ma questo ruolo imperiale degli Stati Uniti, questa struttura economica basata su un indebitamento infinito scaricato sull’estero, e questo sistema di potere che intende perpetuare se stesso in eterno, appaiono sull’orlo di un inevitabile declino. Un tracollo che è già in corso e che è inarrestabile proprio perché non c’è più nessun Paese estero che abbia la forza e l’interesse per impedirlo, semmai solo per ritardarlo. Il declino dell’impero Usa è confermato peraltro da tanti altri piccoli segnali che dovrebbero far suonare il classico campanello d’allarme. Il sistema ideale, politico ed economico americano è in crisi perché, al di là dell’abusato luogo comune sul Paese dove i sogni si realizzano, ha dimostrato tutta la sua debolezza e non viene più percepito come modello. Ma c’è anche un altro aspetto più pratico e poco considerato. I soldati Usa mandati ad imporre tale modello in giro per il mondo infatti non rappresentano più il popolo americano non essendo altro che dei mercenari e come tali sono percepiti. Un po’ come le legioni romane che, nel periodo del Basso Impero, erano formate da barbari assoldati per combattere altri barbari. Ma quando i cittadini non sono più disposti a rischiare la vita per gli interessi del proprio Paese, o per i suoi “valori”, significa che ci si trova in piena decadenza. E da qui nasce il disegno di scaricare sui Paesi amici sia le proprie debolezze economiche sia una parte del ruolo di gendarme del mondo. Si tratta però di un gioco destinato a durare poco perché gli interessati comprendono bene che i benefici finiscono inevitabilmente per non essere proporzionali ai costi sostenuti.
Così anche i Paesi un tempo “amici”, gli europei, e quelli di più recente acquisizione, la Cina, hanno incominciato a porsi l’interrogativo se i legami con Washington siano ancora convenienti o se invece non siano addirittura espressione di un mondo che è radicalmente cambiato. Da qui il riaccendersi di rapporti “storici” improntati ad una geopolitica più fisiologica come quella tra Europa (in particolare la Germania) e Russia e tra la stessa Russia e la Cina in nome del classico principio “tecnologia in cambio di energia”. Un riaccendersi di legami che Washington teme perché è ben cosciente del rischio di esserne completamente tagliata fuori.

http://www.rinascita.info/cc/RQ_Economia/EkuVEVpZAVNDNEUeHg.shtml

17 giugno 2009

LA SELEZIONE NATURALE DEI PIU' ADATTI



LOTTA PER LA VITA E SELEZIONE NATURALE

Darwin teorizzò che, analogamente alla selezione artificiale operata dall'uomo, anche in natura dovesse agire un meccanismo simile per effetto di un fattore selettivo che doveva essere individuato nella lotta incessante per la sopravvivenza all'interno di un dato ambiente.

Osservando piante e animali Darwin rilevò che due individui di una popolazione sono perfettamente identici: gli organismi differiscono per dimensioni, colori e molti altri caratteri. Lo scienziato iniziò ad intuire che sono in realtà le variazioni, piuttosto che i caratteri acquisiti, a essere trasmesse alla discendenza. Erano le basi della sua teoria della "selezione naturale": un meccanismo, responsabile dei cambiamenti riscontrabili nelle popolazioni, che interviene quando gli individui con le variazioni più favorevoli per un determinato ambiente sopravvivono e trasmettono questi caratteri alla progenie.

Darwin concluse che gli organismi che non hanno successo nella competizione per le risorse hanno minori probabilità di sopravvivere in quell'ambiente. Solo gli organismi che sopravvivono possono trasmettere i propri caratteri alla generazione successiva, e dunque in ogni nuova generazione i figli degli individui più adatti saranno più numerosi.

"DARWINISMO SOCIALE"

Darwin rivoluzionò la concezione tradizionale dell'origine delle specie viventi e diede un aspetto organico e definitivo alla concezione deterministica. Egli sosteneva che il numero degli organismi viventi che nasce è superiore a quello che può sopravvivere con le risorse disponibili. Quindi esiste tra i vari individui una lotta continua per sopravvivere. In questa lotta prevalgono i più adatti alle condizioni di vita in cui si trovano e trasmettono i loro caratteri ai discendenti.

Questa sopravvivenza del più adatto è la «selezione naturale»: come l'uomo seleziona artificialmente le specie animali e vegetali più utili ai suoi bisogni, modificandone le caratteristiche, così opera la natura, scegliendo per la riproduzione degli individui che nella lotta per l'esistenza hanno dei vantaggi sopra i concorrenti.

La dottrina darwiniana ebbe un'influenza enorme su tutto lo sviluppo scientifico e filosofico del secondo Ottocento, ed ebbe peso notevole anche nelle scienze sociali, dando origine a quel filone del pensiero sociologico che si definisce appunto "darwinismo sociale".

Tale dottrina tende a vedere la società umana regolata dalle stesse leggi del mondo animale e naturale, quindi dominata anch'essa dalla lotta per la vita, che assicura la sopravvivenza e il dominio al più forte. In effetti la società umana nella sua storia millenaria è sempre stata caratterizzata da conflitti tra le varie classi sociali. Tuttavia il darwinismo sociale non analizza la lotta per la vita come un dato legato a forme specifiche, storicamente definite di società, ma la pone come legge assoluta di ogni forma di società possibile.

Le tendenze di pensiero più reazionarie ne ricavano la conclusione che l'assetto sociale vigente fondato sul dominio di una classe sulle altre, corrisponde alle leggi stesse di natura e non potrà mai essere modificato, o addirittura affermano la legittimità e la necessità del predominio del più forte sui più deboli, respingendo le nozioni di uguaglianza e di democrazia maturate nel corso moderno della storia borghese, dall'Illuminismo alla Rivoluzione francese in poi.

Queste teorie sono la manifestazione della profonda crisi attraversata dalla coscienza borghese nella seconda metà dell'Ottocento: viene meno la sicurezza di poter dominare concettualmente e praticamente tutta la realtà, la serena certezza in futuro di pace, di equilibrio, di giustizia e di benessere illimitato, che erano i punti fondamentali della concezione della borghesia nel periodo eroico della sua ascesa.

"DARWINISMO ECONOMICO"

“Il commercio dentro la società e tra i paesi è lo scambio tra i beni e i servizi che producono gli esseri umani. I padroni dei mezzi di produzione s’impossessano dei guadagni. Loro gestiscono, come classe, lo stato capitalista e si vantano d’essere loro a dare impulso allo sviluppo ed al benessere sociale attraverso il mercato, che è venerato come un dio infallibile.

In ogni paese c’è la rivalità tra i più forti ed i più deboli, quelli con più vigore fisico, quelli che si alimentano meglio, quelli che hanno imparato a leggere e scrivere, quelli che hanno frequentato le scuole, quelli che accumulano più esperienze, più rapporti sociali, più risorse, e quelli a qui mancano questi vantaggi dentro la società.

Tra i paesi, quelli che hanno miglior clima, più terra coltivabile, più acqua, più risorse naturali nello spazio in cui gli è toccato vivere quando non ci sono altri territori da conquistare, quelli che dominano le tecnologie, quelli che hanno più sviluppo e gestiscono infinite risorse mediatiche, e quelli che, al contrario, non godono di nessuna di queste prerogative. Sono queste diversità, a volte abissali, che classificano le nazioni ricche o povere.

Il sistema capitalistico sviluppato, il cui massimo esponente è il paese di natura privilegiata, dove l’uomo bianco europeo ha portato le proprie idee, sogni e ambizioni, si trova oggi in piena crisi.
La crisi attuale e le brutali misure del governo degli Stati Uniti per salvarsi porteranno più inflazione, più svalutazione delle monete nazionali, più perdite dolorose dei mercati, minori prezzi per le merci d’esportazione, più scambio disuguale.

“Questo processo non è neutro perché favorirà gli oligopoli più grandi e meglio organizzati che toglieranno i loro rivali dai mercati. La “selezione darwiniana dei più adatti” sgombrerà la strada per nuove fusioni ed alleanze imprenditoriali, mandando i più deboli al fallimento. Però porteranno anche ai popoli più conoscenza della verità, più coscienza, più ribellione e più rivoluzioni

15 giugno 2009

NOVARTIS “IL PROFITTO A DISCAPITO DELLA SALUTE”



Il gruppo farmaceutico Novartis nega la distribuzione gratuita dei vaccini contro il virus H1N1 ai paesi poveri. Margaret Chan, direttrice generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMG), ha chiesto all’industria farmaceutica “solidarietà” con i poveri, giacché l’influenza è diventata PANDEMIA.

Nonostante ciò, Daniel Vasella, consigliere delegato della compagnia ha dichiarato, sul Financial Times, che il gruppo Novartis potrebbe studiare la distribuzione dei vaccini a prezzo ridotto ma non gratuito. “Se uno vuole che la produzione di farmaci sia sostenibile, bisogna creare incentivi finanziari”, ha detto Vasella, che sostiene che devono essere i governi dei paesi siano questi ricchi o poveri a finanziare i programmi d’aiuti.

Il NO di Novartis punta a una divisione nel settore farmaceutico, giacché il laboratorio GlaxoSmithKline si è compromesso a distribuire gratuitamente 50 milioni di vaccini.
Altri produttori hanno riferito che distribuiranno gratis il 10% della loro produzione.
Vasella afferma che una parte importante dei vaccini è già stata acquistata da diversi Stati e che questo potrebbe portare anche “dei problemi di rifornimento” anche tra i paesi che possono permettersi di comprare i vaccini.
Il costo cui punta il consigliere di Novartis è di 10 o 15 euro sempre che le quantità siano grandi, la vendita di pochi vaccini potrebbe costare anche di più.

Gli Stati Uniti hanno già acquistato vaccini per un valore di 289 milioni di dollari, nonostante non si sia approvato l’uso. Novartis è proprietaria della casa farmaceutica americana Chiron, la quale venerdì scorso è riuscita a sviluppare vaccini con una tecnica accelerata di base cellulare piuttosto che ricorrere alla produzione tradizionale delle uova.

Una volta in più il profitto prevale...

http://www.elpais.com/articulo/sociedad/Novartis/dara/gratis/paises/pobres/vacuna/nueva/gripe/elpepusoc/20090615elpepusoc_3/Tes

13 giugno 2009

NON SI BUTTA VIA NIENTE



Un team di ricercatori argentini guidati dal chimico Rodolfo Segovia, laureato nell’università della Plata Buenos Aires, ha sviluppato un composito di microrganismi che decompongono la materia organica in un massimo di 20 giorni, una formula che accelera i processi naturali di biodegradazione.
Questo composito è stato testato in uno stabilimento di riciclaggio dei rifiuti nella città di Gualeguay.

La formula, il cui nome commerciale Starter Z001, è stata testata per più di vent’anni e, dal settembre scorso, si applica in questa città che fino allora gettava tutti i suoi scarti in una discarica a cielo aperto situata a pochi metri dalla costa.

Il processo ha avuto precedenti prove sperimentali nei municipi di Las Heras, Mendoza; Villa Giardino, Cordova; e Luján, Provincia di Buenos Aires.

UN ALTERNATIVA ALLE DISCARICHE A CIELO APERTO.

Per velocizzare il processo di biodegradazione a bassa temperatura, il team di Segovia ha isolato i microrganismi più efficienti per la decomposizione dei rifiuti organici, questi sono dei batteri e funghi che risiedono nel suolo e si attivano a meno di 40 gradi.

L’obiettivo della formula è riciclare i rifiuti organici: cibo, rifiuti forestali, ecc, ossia materiali che rappresentano più della metà dei rifiuti generati dalle zone urbane, e trasformarli in un fertilizzante organico biologico di qualità senza generare gas tossico o percolato.

Il nuovo sistema si presenta come scelta alternativa ecologica alle discariche a cielo aperto, inceneritori, sotterramento dei rifiuti. Poiché si attiva a meno di 40 gradi, il pool di microrganismi agisce senza alzare la temperatura ne emanare gas tossici come il metano e biossido di carbonio.

Poiché il processo non dura più di 20 giorni, i metalli, come le batterie, non sono corrosi e quindi non generano percolato ha spiegato a CriticaDigital il chimico Santiago Ascheri laureato nell’università di Cuyo e ricercatore del Gruppo guidato da Segovia nei centri di ricerca a San Luis.

La velocità del processo di biodegradazione evita l’emissione di cattivi odori e la proliferazione d’insetti e roditori.

L'impianto pilota di Gualeguay possiede delle terre in cui si è coltivata della soia: metà delle piante sono state arricchite con il compost che emerge dal trattamento dei rifiuti e l'altra metà senza.

Il centro regionale di ricerca dell’università nazionale di Cuyo, l’istituto Nazionale tecnologico agricola, l’università di Lujan e l’università di Buenos Aires sono stati gli enti che valutarono il composito.

“Su tutti i test realizzati, i risultati sono stati più che soddisfacenti”, ha detto Ascheri.

A Gualeguay sono stati più entusiasti e hanno riferito che le piante concimate con il compost prodotto dal processo di biodegradazione sono cresciute un 30% in più delle altre.

RICICLARE SENZA ODORE:

I benefici sono evidenti, ha detto il ricercatore, inoltre ha spiegato che i rifiuti solidi si riducono del 50% e l’altro 50% è riciclabile, carta, plastica, vetro, non dovrebbe rimanere nulla da bruciare o sotterrare.
La materia organica si biodegrada in tempo record un massimo di 20 giorni e non più in mesi in una normale biodegradazione.

La soia che hanno seminato nella terra arricchita con questo compost è cresciuta un 30% in più, nell’agenda dei ricercatori ci sono diversi appuntamenti con sindaci di Buenos Aires e di paesi come Chile, Messico, che guardano con interesse, lo sviluppo dell’impianto pilota.

http://www.criticadigital.com/

12 giugno 2009

SVEGLIATI IDIOTA



di Giulietto Chiesa – da «Galatea European Magazine»

Primo appunto. Andiamoci piano con i paralleli storici. È diventato di moda confrontare la presente crisi finanziaria mondiale con quella della fine degli anni '20 negli Stati Uniti. In altri termini: i mal di testa di Barak Hussein Obama e di Franklin Delano Roosevelt hanno qualcosa in comune? Cioè la Grande Crisi del 1929 ha qualcosa a che fare con la Gigantesca Crisi del 2007-2009 (e, molto probabilmente, successivi)?


Vedo astronomiche differenze. La più evidente delle quali è che Roosevelt inaugurò di fatto l'Impero Americano sul mondo intero, mentre Obama ne sta registrando la fine. Grande presidente il primo, probabilmente grande presidente anche quest'ultimo. Ma le differenze sono enormi. FDR prese in mano le redini di un paese che era creditore complessivo verso il resto del mondo. Non c'era, in giro per il pianeta, qualcuno che non gli fosse debitore. Obama ha ereditato il comando del paese più indebitato del pianeta; un paese che non solo ha debiti da tutte le parti, ma che non è più in grado di pagarli.

Secondo appunto. Confrontiamo le classifiche dei primi venti giganti mondiali per capitalizzazione di mercato: quella del 1999 e quella del 2009. Queste cifre ci aiuteranno a capire meglio cosa significa quando un impero finisce, come lo si può addirittura quantificare. Nel 1999 l'elenco era capeggiato da Citigroup (151 mlrd $) e includeva ben 11 protagonisti del mercato finanziario anglosassone: americani (sette) e britannici (quattro). Era il quadro rappresentante plasticamente il trionfo della deregulation reagano-thatcheriana, del neoliberismo senza confini e senza alternative. Per trovare un ciclope europeo (non britannico) bisognava arrivare all'ottava posizione, dove si trovava l'UBS, la mitica Svizzera bancaria. Il primo giapponese si trova al nono posto (Bank of Tokyo-Mitsubishi). La lanterna di Diogene riusciva a trovare un altro ciclope europeo (oltre ai britannici HSBC, Lloyds TSB, Barklays, National Westminster Bank) solo all'altezza del 18-esimo posto, con lo spagnolo Banco di Santander. In sintesi America più Europa, e poco di più. Il resto del mondo contava poco o niente.
Prendiamo adesso l'elenco del 2009. Tutto è cambiato. Ai primi tre posti di quella stessa classifica ci sono oggi tre banche cinesi (Industrial & Commercial Bank of China; China Construction Bank; Bank of China). La prima banca USA è soltanto al quinto posto (JP Morgan Chase) e solo altre due navigano all'8-vo e 9-no posto (Goldman Sachs e Wells Fargo). Il magro elenco americano termina qui. La Gran Bretagna fa peggio, conservando solo un posto, il quinto, con HSBC. Nel mondo anglosassone chi fa meglio sono, non a caso, due banche canadesi. Il Canada, infatti, assai meno della Gran Bretagna di Tony Blair e di Gordon Brown, si è fatto trascinare dall'euforia borsistica di Wall Street. E per questa ragione ha resistito. Ma ecco apparire in graduatoria ben due banche brasiliane, mentre l'Europa meridionale si prende la sua rivincita, conservando il posto del Santander e consegnando il 19-esimo posto della graduatoria, per la prima volta, a una banca italiana, l'Intesa San Paolo. La Svizzera si accontenta della maglia nera con il Credit Suisse. UBS è sparita dal novero dei grandissimi.
Ma questa classifica ci fornisce molta più informazione di quella contenuta in queste cifre, che già mostrano un impressionante spostamento del baricentro finanziario mondiale verso l'Asia e aree del pianeta che solo dieci anni fa erano considerate (ed erano) marginali.
Per esempio, se facciamo la somma delle capitalizzazioni di mercato complessive delle quattro banche cinesi, si vede immediatamente che essa è largamente maggiore di quella di tutte le altre 16. Se non si può ancora dire che la Cina e il suo mercato sono diventati dominanti, su scala mondiale, possiamo già però dire che senza di loro non si può più decidere niente.
Se guardiamo ancora meglio vediamo che la capitalizzazione di mercato delle tre banche USA (alle due già menzionate si aggiunge la JP Morgan Chase), con i suoi circa 130 miliardi $, è surclassata dalla banca cinese prima in classifica (145 miliardi $). Il centro della finanza mondiale è ormai in Asia. Più precisamente, appunto, in Cina. Gli USA non hanno più il monopolio decisionale. Il consenso futuro, se ce ne sarà uno, com'è da augurarsi, non sarà più washingtoniano. Il Fondo Monetario Internazionale è ormai un'anticaglia. La sola Industrial & Commercial Bank of China, di cui, appena dieci anni fa, nessuno conosceva l'esistenza, dispone di un portafoglio superiore a quello del FMI.

Terzo appunto, molto breve. Può, in queste condizioni, il dollaro essere ancora la moneta mondiale di riferimento, da solo? Ovviamente no. Wen Jabao lo ha detto pubblicamente a più riprese. In termini diplomatici, ma non avrebbe potuto fare diversamente, si è chiesto se gli Stati Uniti siano ancora in grado di onorare i loro impegni con un dollaro in queste condizioni. A livello dei vertici mondiali si sta facendo un grande sforzo per evitare che il panico dilaghi. Ma la questione è sul tappeto, anche perché gli Stati Uniti hanno una sola opzione immediata da sfruttare (la stessa che Gordon Brown ha già usato svalutando la sterlina): far scendere il dollaro. Ottenendo così un rilancio delle loro esportazioni e una consistente riduzione del loro debito estero. Questo lo potranno fare, nei prossimi mesi, fino a che Pechino sopporterà di vedersi asciugare il gigantesco malloppo del debito americano che ha comprato in questi anni per garantirsi le esportazioni negli Stati Uniti.
Ma Washington sa che c'è un limite, oltre il quale la Cina non può andare. Superato quel limite i dirigenti cinesi possono decidere di abbandonare il dollaro al suo destino. Lo stanno già facendo, comprando in dollari tutti gli asset che incontrano sul loro cammino: un modo come un altro per liberarsi di una moneta che non sarà più comunque l'unica di riferimento mondiale

Quarto appunto. Fino ad ora ciò che i vertici del potere mondiale hanno saputo o potuto fare è stato di immettere altra liquidità, a dosi massicce, nel sistema finanziario paralizzato dalla insolvenza. L'hanno fatto perché non avevano ricette alternative e temevano una prolungata depressione, accompagnata da decine di milioni di posti di lavoro perduti. Cosa che sta avvenendo comunque, sebbene in termini frenati.

Così facendo i sono comportati come pompieri che gettano benzina sul fuoco. La vampata arriverà con qualche ritardo, ma arriverà comunque. Il problema però è un altro: l'ordine di grandezza degl'interventi delle banche centrali (USA, Cina, Europa, Giappone) a sostegno del sistema bancario internazionale è, buon peso, di una ventina di trilioni di dollari (ventimila miliardi). Sebbene si sia trattato di una serie di decisioni senza precedenti, per dimensioni e significato, il fatto è che la quantità di derivati immessi nel mercato finanziario mondiale negli ultimi vent'anni (equivalente a una dilatazione abnorme e mostruosa della massa monetaria) è di un ordine di grandezza superiore. Quanto sia esattamente questa massa di denaro, creata privatamente dai ciclopi impazziti della finanza mondiale (quelli dell'elenco di cui sopra e molti altri) non lo sa invero nessuno, ma le valutazioni più realistiche (quelle di coloro che non hanno creduto alle fandonie che venivano loro raccontate dalle centrali produttrici del disastro) dicono che si aggira attorno ai 700 trilioni (settecentomila miliardi di $). Probabilmente è molto di più. Significa che masse enormi di denaro, equivalenti a dieci, quindi volte il Prodotto Interno Lordo Mondiale (il PIL mondiale è all'incirca 55 trilioni di dollari) sono gestite da enti, gruppi di individui, che non solo sono totalmente fuori controllo da parte di chicchessia, ma che sono anche totalmente irresponsabili, come la stessa esplosione della crisi ha dimostrato ampiamente.

Dovrebbe essere ovvio (ma non lo è, visto i comportamenti attuali della politica mondiale) che il primo passo da fare sarebbe quello di istituire forme di controllo. Invece si sta facendo una cosa senza senso e senza futuro: si tenta di risanare la situazione con altra liquidità, cioè salvando i protagonisti del disastro e ponendo le basi per una drammatica pressione sulla gente in termini di aumento del carico fiscale e di riduzione dei sistemi di difesa sociale, ovunque essi esistono.
Operazione che non può avvenire in forme indolori e che è comunque una goccia nel mare. Senza decidere cosa fare di questo smisurato e selvaggio Gulliver di “bite” finanziari alla ricerca del massimo profitto immediato, che continua a muoversi attraverso tutti i mercati, non si vede come impedire un tracollo di gran lunga peggiore.

Quinto appunto, e ultimo. Si legge da ogni parte che la crisi sta per finire. Ancora pochi mesi e poi si ricomincia da capo. Due stupidaggini sesquipedali.
La prima è che la probabilità che questa crisi si risolva in pochi mesi, massimo uno o due anni, è uguale a zero. E, del resto, chi la formula sono gli stessi che hanno creato la crisi. E dunque di loro non c'è da fidarsi.
La seconda e che ricominciare da capo, come prima, sarà comunque impossibile. Perché sono apparsi i limiti allo sviluppo (energetico, ambientale, dell'acqua, del clima,etc). È l'avverarsi delle previsioni del Club di Roma, che furono irrise spietatamente da coloro che adesso non sanno cosa fare. Non era mai accaduto prima. Adesso è chiaro - o dovrebbe esserlo - che uno sviluppo indefinito in un sistema finito di risorse è una contraddizione in termini.

11 giugno 2009

SEQUESTRATI TITOLI FED: I GIGANTI TREMANO


Riceviamo e pubblichiamo una notizia che non poteva passare inosservata...e che sicuramente dimostra la veridicità e il reale contributo delle indagini della Tela sul mercato dei collaterali e la creazione di capitale dal nulla, bensì da documenti falsi con il beneplacito delle istituzioni e delle Banche.


I funzionari della Sezione Operativa Territoriale di Chiasso, in collaborazione con i militari della Guardia di Finanza del Gruppo di Ponte Chiasso, hanno sequestrato alla stazione ferroviaria internazionale di Chiasso, al confine tra Svizzera e Italia, 249 bond della Federal Reserve statunitense, del valore nominale di 500 mln di dollari ciascuno, più 10 bond Kennedy da 1 mld di dollari ciascuno, occultati nel doppio fondo di una valigia, per un totale di ben 134 mld di dollari, pari a oltre 96 mld di euro. Qualora i titoli risultassero autentici, in base alla vigente normativa, la sanzione amministrativa applicabile ai possessori potrebbe raggiungere i 38 miliardi di euro, pari al 40% della somma eccedente la franchigia ammessa di 10mila euro.Il sequestro è avvenuto nel quadro di un'operazione di controllo volti al contrasto del traffico illecito di capitali. I titoli erano in possesso di cinquantenni giapponesi scesi alla stazione ferroviaria di Chiasso da un treno proveniente dall'Italia.

Anche se gli uomini hanno sostenuto di non avere nulla da dichiarare, la polizia ha trovato tra i loro bagagli i titoli, nascosti sul fondo di una valigia, in uno scomparto chiuso e separato da quello contenente gli indumenti personali. I documenti - come ben sappiamo - erano accompagnati da una documentazione bancaria in originale, come dichiarazioni notarili e ricevute di deposito, che vanno così a perfezionare la procedura per il loro accreditamento nelle Banche e il loro utilizzo per la capitalizzazione di società mediante le cosiddette fiduciarie. Rappresenta questa la prova evidente che il mercato dei collaterali e dei bond non si è certamente fermato, e la crisi economica ha contribuito ad alimentare certi circuiti bancari, vista la grande mancanza di liquidità e capitale.

I titoli che vi abbiamo mostrato riguardavano infatti, titoli emessi dal Tesoro Americano dal valore nominale di oltre US$ 500.000.000, presenti sulla piazza finanziaria svizzera, posseduti da un cittadino di Singapore. Tali titoli vengono depositati presso la Federal Reserve, che prende in custodia i suddetti titoli, per un valore complessivo di 1 miliardo di dollari, emettendo un "custodial safekeeping receipt" , autenticato dalle firme del Governatore Bernard Bernanke e del Vice-Governatore Roger W. Ferguson. I titoli, oggetto dell'operazione, circolano al momento sulle piazze finanziarie svizzere, e sono utilizzati in programmi di trading. Si tratta di manovre finanziarie vietate dagli organi internazionali, essendo operazioni che, movimentando grandi somme di denaro a fronte dell'emissione di un titolo virtuale - spesso inesigibile e infruttuoso - nascondono tentativi di speculazione e di riciclaggio. Tuttavia, possiamo dire che, grazie anche alla pubblicazione e alla denuncia di tali prassi bancarie, le stesse autorità hanno cominciato a far luce su di esse e a fare i primi arresti.

http://etleboro.blogspot.com/

09 giugno 2009

VIDEO APERTO A DI PIETRO

Fateglielo sapere, molti aspettano RISPOSTE.

05 giugno 2009

IL FALLIMENTO DELL' AMERICAN DREAMS



Le notizie economiche si concentrano ancora sulle banche e le abitazioni, mentre cresce la minaccia per il crollo del dollaro AMERICANO, dovuta ai massicci deficit di bilanci federali nel periodo 2009 - -2010.
Quello che accadrà al dollaro sarà cruciale per capire quello che ci attende. Lo scenario più probabile sarebbe devastante.

All'inizio di quest'anno il valore del dollaro è salito rispetto alle altre valute come l'euro, sterlina inglese e franco svizzero, mentre prima era stato in continuo calo. La salita del dollaro è dovuta alla fuga dagli strumenti finanziari troppo rischiosi e un mercato di valori in caduta libera, verso “i sicuri” titoli del tesoro.

I Partner commerciali degli Stati Uniti non hanno sufficienti eccedenze per finanziare un crescente deficit del bilancio federale pari a due trilioni di dollari spesi in guerre inutili, recessione, e programmi di stimolo. Inoltre, la preoccupazione per il futuro del dollaro, ha portato ai creditori esteri degli Stati Uniti, a cercare alternative al suo debito per mettere al sicuro le loro riserve valutarie.


Secondo un recente informe online della Pravda, la banca centrale russa avrebbe una parte importante delle loro riserve in euro, riducendo quelle in dollari americani. Il 18 maggio, il Financial Times ha riferito che la Cina e il Brasile stanno valutando la possibilità di non usare il dollaro per i loro scambi commerciali ma le loro valute. Altre relazioni dicono che la Cina ha aumentato le sue riserve auree del 75% negli ultimi anni. Gli economisti americani orgogliosi e arroganti continuano a ripetere che Cina non ha alternative: o finanzia il dollaro americano o perderà gran parte delle sue riserve in quella valuta.

La Cina la vede in modo diverso.

Per i funzionari cinesi, è chiaro che né Cina, né tutto il mondo hanno abbastanza soldi da comprare più di $ 4 bilioni in titoli del Tesoro nei prossimi due anni.
Il segretario del Tesoro Americano, Timothy Geithner, è andato in Cina per calmare la situazione, ma prima del suo arrivo, un portavoce della banca centrale cinese ha inviato un messaggio a Geithner: “Gli americani non dovrebbero pensare che la Cina continuerà a finanziare i bilanci stravaganti di Washington per sempre”.

La politica guerrafondaia del presidente Lyndon Johnson durante gli anni sessanta obbligò Nixon a lasciare il dollaro (moneta di riserva mondiale) senza copertura aurea, e costrinse le banche centrali mondiali a far lo stesso.
Nei primi quattro mesi il governo di Obama ha superato quello di Lyndon Johnson; invece di fermare le guerre, Obama ha ampliato la guerra di aggressione degli Stati Uniti in Afghanistan e in Pakistan, insieme ai salvataggi e piani di stimoli per salvare le banche a spese del contribuente.

Il piano di Obama, la FED e Wall Street, per far uscire dalla crisi agli Stati Uniti spendendo denaro si sta disintegrando. Lo spreco di denaro pubblico fa scendere il prezzo del dollaro e alzare il tasso d’interesse.

Tutti i settori dell’economia americana hanno problemi. Storiche compagnie manifatturiere si sono trasformate in società di marketing che cercano di vendere i propri prodotti all’estero a consumatori domestici i cui posti di lavoro sono stati delocalizzati. Molto di ciò che resta della produzione degli Stati Uniti come l’industria automobilistica è fallita. Più degrado sta arrivando in materia di alloggi e immobili commerciali. Il dollaro sta cadendo, i tassi aumentano nonostante la FED cerchi di tenerli bassi.

Quando Ronald Reagan curò la stagflazione, il risultato fu un mercato di buoni del tesoro in salita che durò ventotto anni. Questo mercato è finito. Il sogno americano non esiste più, è stato distrutto dalle guerre, dalla delocalizzazione di posti di lavoro, dai regali di bilioni di dollari ai BANKSTERS della deregolamentazione finanziaria, che finora ha distrutto la metà dei fondi pensioni americani, e per la monetizzazione del debito.

Quello che accadrà sarà la perdita del ruolo del dollaro come moneta di riserva mondiale; allora gli Stati Uniti, un paese dipendente delle importazioni, non potrà più pagarle. La mancanza di prodotti peggiorerà l'inflazione dei prezzi e bloccherà le consegne.

La vita della maggior parte degli americani sarà veramente stressante.

Paul Craig Roberts


Leggi anche:

NELLA MELMA DELLA SOCIETA' CIVILE

DE MAGISTRIS E L'OMERTA' SUL TRATTATO DI LISBONA



BEPPE GRILLO SU LISBONA

"Il Trattato di Lisbona è nato per sostituire la Costituzione Europea bocciata dai referendum francese e olandese del 2005. Nella Dichiarazione di Berlino del 25 marzo 2007 il cancelliere tedesco Angela Merkel e il premier italiano Romano Prodi prospettarono l'entrata in vigore di un nuovo trattato nel 2009, anno delle elezioni del nuovo Parlamento europeo.
Nello stesso periodo il "Comitato d'azione per la democrazia europea" ha avuto il mandato per la riscrittura della Costituzione presentata il 4 giugno 2007: il testo presenta in 70 articoli e 12.800 parole le stesse innovazioni della Costituzione che aveva 448 articoli e 63.000 parole diventando un punto di riferimento per i negoziati." Wikipedia
Il Trattato di Lisbona è la nuova Costituzione Europea. Chi l'ha letto alzi la mano. I nostri dipendenti in Senato lo conoscono sicuramente a memoria. Infatti l'hanno votato (tutti) senza esitare e senza informarci.
"Ue: si' unanime Senato a ratifica Trattato di Lisbona - Roma, 23 lug - Si' all'unanimita' del Senato alla ratifica del Trattato di Lisbona. L'Aula di Palazzo Madama, nessun contrario e nessun astenuto ha dato il via libera al disegno di legge di ratifica ed esecuzione del Trattato sottoscritto a Lisbona il 13 dicembre 2007 che modifica il Trattato sull'Unione europea e il Trattato che istituisce la Comunita' europea. Il disegno di legge di ratifica del Trattato di Lisbona passa ora all'esame della Camera."Il Sole 24 Ore Radiocor
Gli irlandesi hanno bocciato il Trattato di Lisbona con un referendum. La Repubblica Ceca e la Polonia hanno espresso forti perplessità. La Costituzione Europea DEVE essere sottoposta a referendum consultivo. Va spiegata, illustrata, motivata. Non è un atto formale. Cambierà le nostre vite e quelle dei nostri figli.
La Costituzione Europea è in conflitto con la Costituzione Italiana? Leggendo le due Costituzioni la risposta è affermativa. Due esempi:
Giustizia:
Costituzione italiana - I giudici (che rappresentano il potere giudiziario) sono indipendenti dal Governo (che rappresenta il potere esecutivo).
Trattato di Lisbona - "La Corte di giustizia (europea) è composta da un giudice per Stato membro. È assistita da avvocati generali ... Sono nominati di comune accordo dai governi degli Stati membri..."
Guerra:
Costituzione italiana - "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo."
Trattato di Lisbona - "La politica di sicurezza e di difesa comune costituisce parte integrante della politica estera e di sicurezza comune. Essa assicura che l'Unione disponga di una capacità operativa ricorrendo a mezzi civili e militari. L'Unione può avvalersi di tali mezzi in missioni al suo esterno per garantire il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite. L'esecuzione di tali compiti si basa sulle capacità fornite dagli Stati membri."
Si discute del Lodo Alfano e passa sotto silenzio la dipendenza della Corte di Giustizia Europea dai Governi che elimina l'indipendenza della magistratura dal potere esecutivo.
Si tradisce lo spirito della Costituzione Italiana (che ripudia la guerra) e si approva "la capacità operativa" per "la prevenzione dei conflitti".
Fate un confronto tra la nostra Costituzione e il Trattato di Lisbona, articolo per articolo e riportate le vostre considerazioni nei commenti.
Ne farò un documento da distribuire in Rete e lo invierò ai nostri dipendenti in Parlamento.
Belin, non ci possiamo distrarre neppure un attimo.

http://www.beppegrillo.it/2008/07/il_trattato_di/index.html#comments

Vedi anche:

http://etleboro.blogspot.com/2008/07/la-pena-di-morte-nel-trattato-di.html

L'ITALIA E LE LANCETTE DEL POTERE





Barak Obama giunge in Medioriente per dare un nuovo segnale di apertura nei confronti del mondo arabo. L'Europa però sembra frammentarsi al suo interno sempre di più, trovando come epicentro proprio l'Italia. Di fatti, il quotidiano britannico Times mette in discussione la "credibilità del Governo italiano", protagonista di scelte molto importanti, forse troppo importanti per lei. Allo stesso tempo, Bin Laden ritorna a farsi sentire, come monito che le vecchie regole della lotta al terrorismo non sono cambiate.(Foto source: Reuters)

Mentre Barak Obama giunge in Medioriente per dare un nuovo segnale di apertura nei confronti del mondo arabo, l'Europa sembra frammentarsi al suo interno sempre di più, trovando come epicentro proprio l'Italia. All'indomani del G8 de l'Aquila non si arrestano le forti critiche rivolte al Premier italiano Silvio Berlusconi, nei confronti del quale si scatenando un bombardamento mediatico dall'estero, coordinato e premeditato, volto proprio a mettere in discussione il potere decisorio dell'Italia in questioni di politica e sicurezza nazionale. È proprio ciò che fa il quotidiano britannico Times, il quale azzarda una vera e propria provocazione nei confronti della "credibilità del Governo italiano" messa in discussione proprio dai suoi cosiddetti alleati. "L’Italia ospita il summit del G8 quest’anno: nel vertice si terranno importanti discussioni, dove ai governi occidentali si richiede una più solida collaborazione per combattere il terrorismo e il crimine internazionale. Berlusconi si ritiene un amico di Vladimir Putin - ironizza il Times - il suo Paese è un membro importante della Nato ed è anche parte dell’eurozona che è alla prova nell’attuale crisi globale finanziaria. Non sono solo gli elettori italiani a chiedersi che cosa stia accadendo, lo fanno anche stupefatti gli alleati dell’Italia".

Al di là di ogni speculazione mediatica, lo scandalo artificioso orchestrato da quotidiani compiacenti italiani - forse in evidente difficoltà finanziaria - è sbarcato in Europea, e dopo il Times raccoglie la polemica anche il quotidiano francese Liberation, che fa gridare allo scandalo anche la perbenista sciovinista Parigi, la quale è così ansiosa di vedere crollare la dirigenza italiana per prendere così il suo posto sul tavolo dei negoziati. Ed è un posto che fa davvero 'gola', perché è stato riservati a pochi la possibilità si affiancare potenze internazionali e Paesi strategici, come Russia, Iran, Serbia, Albania, Libia, ma anche Stati Uniti, come importante intermediario. In primo luogo vi è infatti l'Iran, reale destinatario delle intimidazioni che sono state rivolte alla Corea del Nord in occasione degli ultimi test missilistici, dovendo dare un esempio esplicativo di ciò che accadrebbe qualora Teheran facesse delle mosse sbagliate. Dall'altra parte vi è la diplomazia italiana che, al di fuori della troika di Solana, intavola negoziati e si pronuncia in via frontale sulla questione, proprio perché dietro di lei vi è la Russia, che è disposta a dare molto all'Italia qualora divenisse la sua reale portavoce. Roma potrebbe così sostituire lo stesso Putin, il quale sarebbe disposto a farsi da parte al fine di non esporsi troppo nei suoi rapporti diretti con il democratico (sic!) Barak Obama nella gestione di temi particolarmente controversi come l'Iran.

Allo stesso modo, vi sono i Balcani nei confronti dei quali la Russia si pone come referente indiretto, e solo come partner commerciale, preferendo agire politicamente solo attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In tale caso, ancora una volta dovrà essere l'Italia a giocarsi la partita volta ad arginare l'avanzata degli Stati Uniti, i quali hanno già chiesto la nomina di un inviato speciale dell'Amministrazione Americana, e una revisione della struttura della Bosnia Erzegovina, viaggiando sul filo del rasoio rispetto agli "inviolabili" Accordi di Dayton. Considerando che vi sarà un solo referente internazionale ed europeo per tutti i Balcani, e qualcuno ha già proposto la nomina di un italiano, queste fasi di preparazione diplomatica sono assolutamente fondamentali. Non a caso , l'Alto Rappresentante dell'OHR, Valentin Inzko, ha avuto un interessante colloquio con il Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, proprio mentre la Bosnia sta attraversando un periodo critico, se non drammatico. La Comunità Internazionale, infatti, sta chiedendo una riforma costituzionale della Bosnia che sia radicale, con la creazione di quattro "territorialità" e la trasformazione della Republika Srpska. L'entità serba ha subito risposto con la conferma dei suoi poteri a livello locale, sottraendoli a quello centrale, per conferma la sua ferma volontà a non voler retrocedere su tali posizioni. In realtà non esiste un piano per distruggere la Srpska ma ci sono vari piani sul tavolo, fermo restando che comunque, Valentin Inzko certamente darà un segnale forte in questa situazione, esponendosi persino ad usare i poteri di Bonn come puro gesto dimostrativo. La presenza dell'Italia si fa sentire forte anche in Serbia ed in Albania, nel tentativo di divenire principale partner commerciale, e punto di riferimento degli investimenti diretti greenfield.

Per le sue scelte così difficili ma anche necessarie per risollevarsi proprio in occasione della crisi, l'Italia sta senz'altro passando un periodo molto nero, in quanto deve confrontarsi con un'Europa che vuole a tutti i costi mantenere una linea politica reazionaria e conservativa, ossia di confermare la sua alleanza con gli Stati Uniti. A ben vedere, l'amministrazione americana non ha cambiato la sua visione del mosaico mondiale, tanto che i rapporti con la Russia o con lo stesso mondo arabo non sono cambiati affatto: Bush era un antagonista di Putin, come Obama lo è nei confronti di Medvedev, mentre era un forte alleato dei Sauditi, e un identico atteggiamento è stato confermato dal nuovo Presidente americano con la sua visita in Medioriente. Per tutelare quest'alleanza con la Nato, con le lobbies del petrolio e del nucleare, si opera per distruggere qualcosa che si sta venendo a creare. Da qui la demolizione "morale" dell'Italia, il nuovo caos nei Balcani con i controversi casi di Bosnia e Kosovo, e anche il nuovo messaggio di Bin Laden, monito che le vecchie regole della lotta al terrorismo non sono cambiate.

Dietro questo c'è una regia, costituita da vari indizi che conducono tutte sulle strade del petrolio. Non dobbiamo dimenticare che la guerra al terrorismo ha portato solo benessere a certi capitalisti, dimostrando però che bombardare gli altri Stati non risolve nulla. Non dobbiamo dimenticare che gli Stati Uniti hanno stampato dollari all'infinito, falsando i processi economici e trascinandoci nella situazione attuale, in nome e per conto della democrazia. Non dobbiamo dimenticare che nell'Americana democratica di Barack Obama si sono svolte delle elezioni monopolizzate con i nuovi mezzi di comunicazione elettronici, eleggendo Google e You Tube come nuovi garanti della libertà di espressione e della tutela dei principi costituzionali. A questo punto, i giornali posso raccontare ciò che vogliono, dietro di loro vi sono solo gli stessi vecchi lobbisti, talmente forti che, nonostante le querele e le censure, traggono comunque un immenso guadagno. Il caso di Berlusconi, nell'Italia che cerca il suo riscatto, vi è un gruppo di potere ben disposto ad utilizzare i giornalisti come passacarte, pur di mettere in atto la loro estorsione. E così anche il Times si presta a pubblicare grandi notizie di impatto, ad enfatizzare gli errori degli italiani, per screditare un Paese che sta diventando un avversario troppo forte. I vecchi tempi di Mattei sono davvero tornati...


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