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29 maggio 2009

IL CIMITERO EUROPEO



Votare per l’europarlamento è contrario agli interessi dei cittadini europei: tra Bruxelles, Lussemburgo e Strasburgo si è insediato in realtà - in pianta purtroppo stabile - un infame Circo Barnum. Dove 732 - poi 751 – prossimi, inutili ma dispendiosi “eletti” non contano nulla, non fanno nulla, non decidono nulla, se non incassare laute prebende e stipendiare coorti di portaborse. I poteri dell’europarlamento sono ridottissimi e comunque subordinati alle decisioni dei vertici, dei governi e dei commissari di Bruxelles. La stessa Unione Europea, la pletorica e burosaura Ue, peraltro, è una costruzione costosissima, inutile e per di più deleteria: ha ceduto illegittimamente ogni sovranità dei suoi popoli ad enti fantasma guidati da direttive extra-europee. La sovranità finanziaria è stata ceduta alla speculazione e alle banche, la sovranità monetaria alla cosiddetta Banca Centrale Europea (Bce) a sua volta controllata dalla finanza di Wall Street e della City, la sovranità commerciale è affidata alle lobbie delle multinazionali senza patria, la sovranità politica è dei governi di Washington, Londra e Tel Aviv, la sovranità militare è stata delegata a una Nato totalmente dominata dagli americani e dispiegata nei quattro angoli del pianeta. Più che decidere quanto sia “european correct” la lunghezza di una zucchina o la quota di produzione del latte di ogni nazione, nessuna decisione vera, nell’Ue, è possibile. Anzi: i trattati internazionali imposti dagli Usa ma dagli Usa e dai suoi gendarmi non osservati impongono guerre “umanitarie” di aggressione nei quattro angoli del pianeta; proibiscono la produzione nucleare di nazioni indipendenti ritenute ostili e chiudono gli occhi sulla proliferazione atomica di Paesi guerrafondai “amici” (Tnp); limitano il commercio europeo e annullano ogni protezione ai beni prodotti in Europa (Omc); liberano le grandi potenze da ogni limite (di tutela ambientale, di sfruttamento delle risorse, di sovranità nazionale sui mari, sui cieli e sulle terre emerse), limiti imposti al contrario ai popoli europei e a quelli emergenti; distruggono la politica solidale europea imponendo la cosiddetta “tolleranza” con quel mescolamento multiculturale che mina le identità nazionali, rende gli uomini schiavi e merce di scambio dei consumi annullando i valori stessi della convivenza tra cittadini; distruggono ogni contratto sociale fondato sui doveri e quindi sui diritti dei lavoratori. Tutto nel nome di un liberismo predatore costruito sulla precarietà, sulla flessibilità, sulla mobilità, sulle delocalizzazioni: in una parola sulla totale deregolamentazione del Lavoro e sulla rapina di ogni sovranità della stessa persona umana o delle comunità nazionali alle quali appartiene.

I popoli europei debbono affossare al più presto questa filiale atlantica chiamata Unione Europea (e sprezzantemente ‘dotata’ anche di una “bandiera” da colonia anglo-americana). Cominciando a respingere ai mittenti quel vergognoso “Trattato di Lisbona” di direttiva atlantica che governi e parlamenti “embedded” tentano di imporre clandestinamente senza ricorrere al consenso dei cittadini.
Di questa Europa suddita facciamo volentieri a meno. Noi vogliamo costruire un’Europa vera, che sia la nostra più grande patria: da Dublino a Vladivostok, un’Europa gelosa della propria civiltà e del proprio destino, della propria indipendenza e della propria giustizia sociale.


http://www.rinascita.info/

28 maggio 2009

La fondazione Bertelsmann al servizio di un mercato transatlantico e di una gestione mondiale

Strettamente legata alla NATO, per la quale organizza ogni anno la conferenza sulla sicurezza di Monaco, la fondazione Bertelsmann ha messo un gigante dei mass media al servizio delle ambizioni tedesche nell’ambito dell’impero transatlantico in costruzione. Universitario specialista delle relazioni internazionali, Pierre Hillard ha appena destinato un libro alla fondazione europea più potente, di cui ne pubblichiamo un estratto.

La creazione di un grande mercato transatlantico per il 2015 è
a grande ambizione dei dirigenti europei e Stati Uniti. Dopo la visita del Presidente Obama in Europa, in occasione del vertice UE/Stati Uniti, il Parlamento europeo ne ha approfittato per adottare il 26 marzo 2009 una risoluzione che chiama ad attuare con successo questo mercato transatlantico. È anche chiamato “ad un “rafforzamento del coordinamento tra le istituzioni monetarie europee ed americane” [1]. In realtà, queste dichiarazioni sono soltanto il seguito logico dei lavori a monte della Fondazione Bertelsmann. L’ambizione è di arrivare a un solo mercato unico transatlantico le cui conseguenze riguarderanno i francesi e tutti i popoli d’Europa.

Verso un vasto mercato euro-americano

I lavori controllati dalla Fondazione Bertelsmann vanno molto lontano. In effetti, i suoi dirigenti spingono alla creazione di un vero blocco economico, un “G-2” [2] euro-americano ancora più strutturato del G-7 (o G-8 includendo la Russia) che raccoglie le più grandi potenze industriali. Come sottolinea Werner Weidenfeld: “I dati economici parlano da soli. Più del 50% dei redditi delle società americane derivano dal mercato europeo. L’Europa resta il partner più importante del mondo degli affari americano. Le imprese europee garantiscono più di uno milione di occupazioni nella sola California. Gli investimenti europei in Texas superano tutti gli investimenti americani in Giappone. Dalle due coste dell’Atlantico, più di 12,5 milioni di persone vivono dei legami economici transatlantici” [3].

Questa volontà di favorire questo blocco economico euro-americano è il mezzo per garantire la stabilità economica mondiale, secondo questi esperti. Indirettamente, è anche un modo di garantire una preminenza su paesi emergenti, in primo luogo la Cina. Di conseguenza, il gruppo “economia, commercio e finanze” raccomanda l’istituzionalizzazione di un vero strumento, il “Trade G-2” (“commercio G-2”) [4], alfine di evitare colpi in seno a questa Comunità economica euro-americana [5]. Per attuare con successo questo matrimonio, questi esperti incoraggiano gli Stati Uniti a condividere la loro leadership con il loro partner europeo in settori in cui esiste una certa parità di potenza commerciale. L’obiettivo non dichiarato è anche di evitare una perdita di potenza con confronti inutili che nuocerebbero al blocco atlantico e lo indebolirebbero di fronte alla concorrenza asiatica o indiana. In compenso, si sottolinea che questa situazione può veramente vedere il giorno soltanto se gli europei arrivano ad organizzarsi per poter parlare unanimemente [6]. Queste direttive che emanano da questi vari esperti nel quadro dei seminari organizzati da Bertelsmann hanno assunto forma durante il 1° semestre 2007 in occasione della presidenza tedesca dell’Unione europea. In effetti, si è deciso di creare nell’aprile 2007 “il Consiglio economico transatlantico” (il CET, Transatlantic Economic Council, TEC) [7] in occasione del vertice Unione europeo-Stati Uniti a Washington per rafforzare l’integrazione economica transatlantica. Il CET che è la trascrizione del Trade G-2 (“commercio G-2”) derivato dalle deliberazioni della Fondazione Bertelsmann ha aperto la sua prima seduta il 9 novembre 2007. Copilota da parte del vicepresidente della Commissione europea, Gu!nter Verheugen legato a Bertelsmann, e Allan Hubbard, direttore del Consiglio economico nazionale, le discussioni del CET hanno riguardato “le possibilità di ridurre gli ostacoli al commercio ed agli investimenti transatlantici” [8]. Successivamente, la seconda seduta del CET tenuta a Bruxelles, il 13 maggio 2008, alla vigilia del vertice Unione europeo-Stati Uniti del giugno 2008, non ha fatto che approfondire una politica preparata da tempo [9]. Essa continua nel quadro monetario.

In effetti, con la creazione della moneta unica europea, il dollaro costeggia un’unità monetaria che rappresenta un polo economico importante. È per questo che i partecipanti invitano fortemente i dirigenti delle due economie ad intendersi per permettere la creazione di una “arena monetaria”: “Più fondamentalmente, gli Stati Uniti e l’Unione europea sono non soltanto le due potenze economiche eccellenti ma anche i rappresentanti delle due principali valute mondiali. L’euro si è già imposto come una valuta internazionale di primo piano e disputerà sempre più il primato monetario al dollaro. Le fluttuazioni nei tassi di avvicendamenti euro-dollaro hanno conseguenze importanti per tutti i paesi del mondo. Ciò richiede dunque la formazione di una arena monetaria per il G-2 quanto più rapidamente possibile (nota: avviso in filigrana di una valuta transatlantica). La Riserva federale [10] e la Banca centrale europea che sono tutte e due indipendenti dai loro rispettivi governi, dovrebbero riuscire a creare la loro relazione nell’ambito del G-2” [11].

In realtà, gli autori di questi lavori ricordano che i continenti si dotano di valute regionali. È un fatto per l’UE con l’euro mentre l’alter ego americano prevede di dotarsi di una moneta unica, l’amero [12] e di una banca centrale Nord-americana [13]. Il fenomeno è lo stesso con la creazione dell’Unione delle nazioni del Sudamerica (UNASUR), nel maggio 2008, che prevede la creazione di una sola valuta per il continente sud-americano inquadrata dall’equivalente di una Banca centrale sud-americana, il tutto sotto l’egida di un parlamento unico [14]. Oltre a quest’aspetti economici e monetari, questi autori insistono anche sulla necessità di controllare problemi come l’energia (stabilizzazione dei prezzi), l’ambiente (argomento sensibile che permette l’instaurazione di un’organizzazione mondiale dell’ambiente e delle costrizioni sulla vita dei privati e delle imprese) e le emigrazioni (a causa degli spostamenti di popolazioni e delle conseguenze sull’economia). Per questi esperti il regolamento di questi argomenti in concertazione da ambo le parti dell’Atlantico persegue sempre lo stesso obiettivo, creare un polo più stabile possibile per fare peso e tenere la bandiera alta di fronte agli altri blocchi politico-economici. Come conclusione, questi esperti ricordano la necessità di una rifusione del sistema: “La strategia del G-2 potrebbe condurre l’alleanza transatlantica verso una coesione ed un’elasticità che è così determinante per la pace e la prosperità per quasi 800 milioni di persone che abitano questa parte del mondo” [15].

In realtà, queste raccomandazioni sono un tentativo di garantire al blocco euro [16] - americano la possibilità di essere il primus inter pares di fronte alla costituzione di grandi poli politico-economici Sud-americano o asiatico. A condizione di arrivare a termine, quest’associazione non sarebbe una relazione tra uguali. Le élites anglosassoni dallo spirito apolide resterebbero i padroni di quest’opera di partenariato che può instaurarsi soltanto dopo confusioni finanziarie, economiche e sociali maggiori [17].


Documenti allegati



From Alliance to Coalitions: The Future Of Transatlantic Relations (versione inglese integrale).

NB. La copertina di questo libro è illustrata da un fotomontaggio unendo le bandiere degli Stati Uniti, della Germania e dell’Unione europea con l’edificio del Reichstag sullo fondo; In psicologia, si definirebbe questa rappresentazione come “un atto mancato”.


(PDF - 1 Mb)
 Pierre Hillard



[1] “Risoluzione del Parlamento europeo sullo stato delle relazioni transatlantiche dopo le elezioni che hanno avuto luogo negli Stati Uniti”, rete Voltaire, 26 marzo 2009.

[2] From Alliance to Coalitions - The Future of Transatlantic Relations, collettivo, Bertelsmann Foundation Publishers (2004), p. 14. Questo libro è completamente scaricabile su questa pagina.

[3] Ibid., p. 34.

[4] Ibid., p. 53.

[5] E’ tutta la sfida dei lavori del Transatlantic Policy Network (TPN, rete politica transatlantica) che riunisce membri del Parlamento europeo (l’ex presidente della Commissione degli affari esteri del Parlamento europeo, Elmar Brok, ed ex dirigente di Bertelsmann, come pure il deputato socialista tedesca, Erika Mann) e rappresentanti del congresso degli Stati Uniti. Sostenuto in maniera massiccia da imprese sopranazionali (Microsoft, IBM, Siemens, Deutsche Bank, Nestlé, Bertelsmann,…) e di numerosi think tanks (Council on Foreign Relations, Brookings Institution, Center foro Strategic and International Studies, ecc.), ricordiamo ancora una volta il fatto indispensabile da prendere in considerazione che la TPN raccomanda l’instaurazione di un blocco euro-americano integrato su un periodo di dieci anni (2005-2015) nei settori economici, difesa e sicurezza, politica ed istituzionale, Cf. La decomposizione delle nazioni europee, pp. 137 a 143.

[6] Si comprende meglio la volontà selvaggia degli europeisti di stabilire una costituzione per tutta l’Europa. Nel quadro dei seminari organizzati dalla fondazione Bertelsmann, lo statunitense Fred Bergsten, direttore del’Institute for International Economics et l’Allemand Caio Koch-Weser, segretario di Stato al ministero delle finanze del governo Schröder, membro del comitato amministrativo della fondazione Bertelsmann fino al 2007 e presidente del Comitato economico e finanziario (CEF) dell’UE fino al 2007, è all’origine dei lavori per favorire l’emergenza di un G-2.
Ritengono che la sua creazione sia condizionata in funzione di quattro ragioni:
1) Si tratta di creare una base comune tra gli Stati Uniti e l’Unione europea che si sostituisce ai legami stretti che derivano dalla guerra fredda.
2) Gli Stati Uniti come superpotenza unica avrebbero tendenza a cadere più facilmente nell’unilateralità. In compenso, l’Unione europea assorbita dalla sua evoluzione istituzionale interna scivolerebbe più facilmente verso una forma d’egocentrismo, non che cerca di impegnarsi in gran parte nell’esame dei problemi mondiali. Un’interdipendenza economica tra i due blocchi agirebbe, secondo questi esperti, come un antidoto a profitto degli Stati Uniti e dell’Unione europea. L’eccesso dell’unilateralità statunitense sarebbe rallentato dall’alleato europeo. Per contro, l’Unione europea si vedrebbe costretta ad uscire dalla gestione dei suoi problemi interni per ristabilire l’equilibrio (nota: È l’applicazione del principio Hegeliano: tesi - antitesi… sintesi).
3) A causa della moltitudine crescente di stati e della varietà dei problemi nel mondo, questo blocco euro-americano agirebbe come uno stabilizzatore che permette di controllare l’economia mondiale.
4) Anche se legami economici importanti si sono tessuti da ambo le parti dell’Atlantico da molti decenni, si tratta di un certo modo di istituzionalizzare questa relazione sul modello della NATO nel settore militare, in From alliance to coalitions – The future of transatlantic relations, op. cit, pp. 238 à 240.

[7] Il TEC dell’aprile 2007 è soltanto il seguito di un lungo elenco che si aggiunge a diversi documenti che rafforzano l’integrazione economica transatlantica: “Dichiarazione transatlantica” (1990), “il nuovo ordine del giorno transatlantico" (1995), “il partenariato economico transatlantico” (1998), “una strategia per rafforzare il partenariato transatlantico” (2003), Cf. Il mercato irresistibile del nuovo ordine mondiale, p. 78 e s.

[8] “Il vicepresidente Verheugen presiede la prima riunione del Consiglio economico transatlantico del 9 novembre 2007”, comunicato stampa (ref. : IP/07/1662).

[9] L’8 maggio 2008, il Parlamento europeo ha adottato la risoluzione P6_TA (2008) 0192 che ratifica la creazione del Consiglio economico transatlantico (CET).

[10] Dalla sua creazione nel 1913, la FES è una banca privata che controlla l’emissione monetaria, indipendentemente dall’inquilino repubblicano o democratico della Casa-Bianca, per il più grande profitto delle oligarchie. Il suo primo presidente fu Paul Warburg (cittadino statunitense d’origine tedesca) che diresse anche il Council on Foreign Relations (CFR) alla sua creazione nel 1921. Paul Warburg era il fratello di Max Warburg (il ramo tedesco). Quest’ultimo finanziava la Paneuropa diretta da Richard de Coudenhove-Kalergi.

[11] From alliance to coalitions – The future of transatlantic relations, op. cit, p. 55.

[12] il nome di questa valuta non è ancora certo.

[13] Cf. Il mercato irresistibile del nuovo ordine mondiale, p. 87. Questa nuova valuta Nord-americana, poco importa il suo nome finale, deve applicarsi nel quadro di un blocco Nord-americano politicamente unificato che riunisce Stati Uniti, Canada e Messico. Il processo d’unificazione è stato lanciato nel marzo 2005 dal presidente Bush, il primo ministro canadese Paul Martin ed il presidente messicano Vincente Fox nel corso di una riunione a Waco (Texas) nel quadro di un “Partenariato Nord-americano per la sicurezza e la prosperità” (PSP). La crisi finanziaria e monetaria che scuote le borse mondiali e le economie dall’estate 2007 aiuterà a distruggere il vecchio mondo per tentare di instaurare nuove misure: nuove valute, nuovi standard, ecc. che permettono di creare una nuova architettura finanziaria, monetaria, politica e spirituale più conforme ai cannoni del pensiero del nuovo ordine mondiale. Le implicazioni politiche, economiche e geopolitiche di questi stravolgimenti negli Stati Uniti sono state descritte con molte precisazioni dall’americano Jerome R. Corsi, The Late Great USA: NAFTA, The North American Union, and the Threat of a Coming Merger with Mexico and Canada, WND Books, los Angeles, 2007, rivisitato nel 2009. Nei tentativi di instaurare un quadro transatlantico unificato, un’integrazione monetaria risulterà necessaria conducendo alla creazione di una sola e stessa valuta euro-atlantica (una valuta transatlantica). Tuttavia, la finalità di tutte queste misure sono di riuscire a creare una valuta mondiale come lo chiedeva già H.G Wells nel suo libro La distruzione liberatrice nel 1914.
Questa missione di estensione è stata presentata dalla rivista finanziaria britannica The Economist nel suo numero del 9 gennaio 1988. Presentando sulla copertura una fenice nascente a partire dalle fiamme che distruggono le vecchie valute, l’articolo intitolato “siate pronti per una valuta mondiale” afferma: “Tra 30 anni gli americani, i giapponesi, gli europei ed i popoli di altri paesi ricchi e di altri piuttosto poveri pagheranno probabilmente per fare le loro spese con la stessa valuta. I prezzi non saranno più designati in dollari, Yen o marchi tedeschi ma, dicono, in Phoenix. La Phoenix sarà preferita dalle imprese e gli acquirenti perché sarà più pratica delle attuali valute nazionali”. L’articolo precisa che questa nuova valuta mondiale deve nascere verso… 2018. Il The Economist ha ripetuto dieci anni più tardi sullo stesso filone in un articolo intitolato “Un mondo, una valuta” (“One World, one money") appaarso nel suo numero del 26 settembre 1998. Questi concetti d’unità monetaria mondiale sono stati proposti anche nella rivista del CFR nell’autunno 1984, Foreign Affairs, nell’articolo “Un sistema monetario per il futuro” (“A monetary system for the future”) sotto la penna dell’economista Richard Cooper. Già in occasione dei negoziati che conducono agli accordi di Bretton Woods nel 1944, vari progetti d’instaurazione di una valuta mondiale sono stati proposti. Così il rappresentante britannico John Maynard Keynes propose la creazione del “bancor” che deve essere emesso da un istituto sovrannazionale. Il suo omologo statunitense, Harry Dexter-White, difendeva il principio di un dollaro che si sostiene su una valuta mondiale chiamata “unitas”. Tuttavia, queste ambizioni che spingono alla creazione di un’unità monetaria mondiale erano troppo precoci rispetto alla situazione politica dell’epoca tanto più che ciò esigeva anche l’instaurazione di una politica monetaria mondiale sotto l’egida di una banca centrale universale. Tuttavia l’obiettivo resta lo stesso. Soltanto è stato differito. Fra tutti questi progetti, poco importa i nomi dati a questa valuta mondiale e la data prevista, questi esempi sottolineano la volontà delle élites oligarchiche di raggiungere questo vecchio ideale. In effetti, in un manifesto apparso in 1582, l’italiano Gasparo Scaruffi proponeva già di creare una valuta universale chiamata “alitinonfo”.

[14] Questa tendenza generalizzata alla creazione di unità monetarie continentali è stata trattata da Peter B. Kenen e Ellen E. Meade Regional monetary integration, Cambridge University Press, 2008.

[15] From alliance to coalitions – The future of transatlantic relations, op. cit, p. 57.

[16] Il presidente del European Council on Foreign Relations (l’equivalente ECFR europeo CFR degli statunitensi), Mark Léonard, ritiene che l’Unione europea non sia uno Stato e che la sua arma segreta sia nel diritto. Secondo lui, la forza dell’UE risiede nella sua capacità di mettere in linea diversi centri di potere uniti che agiscono su progetti comuni. Questi centri influiscono profondamente nell’organizzazione interna degli stati membri al punto da modificare radicalmente le loro strutture in tutti i settori. Qualsiasi tentativo di ritornare indietro risulta secondo lui impossibile. Questa “eurosfera”, secondo l’espressione di Mark Léonard, diventa un modello per il mondo intero. L’influenza sviluppata da questa “eurosfera” agisce su tutta la sua circonferenza geografica, cioè i paesi africani del Nord, del Vicino-Oriente, dell’Ucraina ecc. Così, l’emergenza di questo blocco europeo crea attorno a lui legami più o meno sviluppati in concorrenza anche con altri blocchi che cercano di garantirsi le loro zone di influenze. Questa configurazione non è senza ricordare 1984 di George Orwell dove il mondo diviso in tre blocchi (Oceania, Eurasia ed Estasia) si disputa delle zone di influenze situate alla loro periferia (delle “Marce” per riprendere un’espressione del medioevo) senza peraltro ottenere vittoria. La tensione permanente mantenuta dalle rivalità tra questi blocchi permette allo stesso tempo di instaurare misure liberticide a ciascuno di loro, cosa che sarebbe impossibile in una situazione di serenità come la espone ammirevolmente George Orwell. Questa descrizione orwelliana non è senza ricordare i contorni delle nostre società che vanno sempre più in questo senso.

[17] Le relazioni transatlantiche si sostengono sul partenariato privilegiato anglosassone che riunisce il Regno Unito, gli Stati Uniti ed il Canada. Questo partenariato si esercita nel quadro del “Comitato britannico-Nord-americano” (the British-North american Committee, le BNAC). Finanziato con l’Atlantic Council of the United States, le C.D. Howe Institute del Canada e British-North american Association del Regno Unito, quest’istituto fatto “banda a parte” rispetto all’altra che costituisce il cuore stesso del partenariato transatlantico.
In conclusione, possiamo precisare che le oligarchie finanziarie accaparrano il più possibile di metallo o/e di denaro metallico per costituire una consistenza di cassa metallica che permette di garantire la futura valuta mondiale.

http://www.voltairenet.org/it

27 maggio 2009

IL GRANDE GIOCO



In un periodo in cui l'Italia sta facendo molte scelte difficili, l'intera opinione pubblica italiana sembra totalmente catturata dagli scoop di gossip che orami sono giunti anche in Parlamento lasciando nella penombra le grandi problematiche internazionali. D'altrondo, gli interessi in ballo sono molto elevati, ne va dell'equilibrio delle forze politiche internazionali, così non ci meravigliamo se oggi il Primo Ministro italiano viene attaccato da campagne mediatiche scandalistiche. (Foto: AP)

In un periodo in cui l'Italia sta facendo molte scelte difficili, l'intera opinione pubblica italiana sembra totalmente catturata dagli scoop di gossip che orami sono giunti anche in Parlamento lasciando nella penombra le grandi problematiche internazionali. Da una parte c'è l'OPEC del gas, nel cui progetto l'Italia potrebbe essere un partner valido anche se esterno, e dall'altra parte c'è il petrolio, le lobbies del nucleare che non vogliono dividere il mercato dell'energia. Nei fatti, i petrolieri si sentono ancora una volta minacciati, il gioco è questo, e adesso le guerre contro il nucleare e pro-carbone pulito sono vicende tra di loro collegate. In questo confronto geopolitico, il ruolo dei media torna ad essere rilevante in quanto va a creare una distorsione di informazione e di percezione tra l'opinione pubblica di quello che accade, contro lo stesso interesse del Paese. La crisi dell'editoria rende i quotidiani ancora più assetati e ben disposti a manovre di propaganda, per allontanare lo spettro del fallimento, orchestrando così una vera e propria gara di diffamazione gratuita che sta andando oltre il senso civile. Essendo un "grande gioco" l'Italia sembra essere tornata a tutti gli effetti al tempo di Enrico Mattei, quando il Time e lo stesso Indro Montanelli, costruirono polemiche e attacchi mediatici contro l'ENI in difesa degli interessi dei gruppi petroliferi americani.

Il ruolo dell'Italia si incastra nel tavolo diplomatico a circuito chiuso tra Iran e Russia, sul quale si negozia gas e nucleare: per dare a Gazprom e ad ENI le risorse energetiche di cui necessitano per dare basi solide ai prossimi progetti di gasdotti, Teheran sta esercitando delle forti pressioni per avere il nucleare, e con esso esercitare la sua influenza politica sull'itera area del Medioriente. Delle vere e proprie scatole cinesi, sulla cui costruzione molte sono le forze esterne che stanno agendo. Lo stesso Ahmadinejad, affermando che non esiste alcun rapporto fra l'annullamento della missione del di Frattini e il test missilistico, lascia intendere che l'Italia ha agito in tal modo "perchè sotto la pressione di altri", precisando che Frattini ha deciso di annullare la visita dopo aver insistito nel tendere l'incontro. Inoltre Teheran esclude qualsiasi colloquio sul nucleare al di fuori dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica (Aiea) , mentre rilancia il dialogo con Barack Obama. È chiaro che gli interessi in ballo sono molto elevati, ne va dell'equilibrio delle forze politiche internazionali. Così non ci meravigliamo se oggi il Primo Ministro italiano viene attaccato da campagne mediatiche scandalistiche, proprio come avvenne per Bill Clinton, costretto poi a bombardare l'Iraq per placare le polemiche che avevano incendiato la Casa Bianca.

Il punto chiave per capire cosa sta accadendo è ricordare che le compagnie multinazionali hanno un loro governo e hanno gente all'interno delle istituzioni, pur non riconoscendo alcuna autorità sovrana, per scrivere a tavolino quello che viene definito ordine mondiale, o anche pianificazione dello sviluppo della ricchezza . Di fatti, gli utili derivanti dalla creazione e dallo sfruttamento della rete delle pipeline, sono il risultato di un complicatissimo sistema di società e paesi offshore, che non fa altro che alzare il prezzo, per avere un tavolo su cui spartirsi i soldi e pagare "tangenti" ai Governi, ai partiti e ai quotidiani. Tutti questi elementi sono essenziali per interpretare cosa stia infatti accadendo in Italia, dopo Governo, magistratura e Vaticano sembrano essere totalmente focalizzati su una "questione morale" di principio, senza avere nei fatti nessuna prova. Berlusconi, non essendo il Presidente degli Stati Uniti deve accontentarsi di semplice "informazione spazzatura", che a lungo andare si ritorcerà contro gli stessi quotidiani, che avranno perso la propria affidabilità e credibilità, oltre che parzialità.

Se da una parte vi è una parte di Europa che vuole una certa autonomia decisionale, per riprendere possesso della propria sovranità, dall'altra vi sono le istituzioni centralizzate di Bruxelles e poi di Washington che sembrano remare totalmente contro. Lo stesso Barak Obama ha deciso così di chiudere in parte il passato, smantellando paradisi fiscali e i grandi progetti falliti del passato, non farà altro che controllare sempre più da vicino in mondo, mentre cerca di dare una boccata d ossigeno al suo paese in bancarotta. Nel frattempo, siamo di nuovo qui a parlare di energia nucleare, all'indomani dello sviluppo di nuovi ed importanti scenari, con nuove ed importati decisioni. D'altra parte, ogni qual volta si deve prendere una decisione si aggredisce e si attacca il proprio nemico invisibile. Il metodo è sempre lo stesso,ma indica pur sempre una falla del sistema, perché chi si sente davvero forte non teme i piccoli avversari e non spende soldi per finanziare la sua fine. Per cui, o non sono così forti come vogliono far credere, o i loro avversari non sono poi così piccoli.

http://etleboro.blogspot.com/

24 maggio 2009

SHOCK DOCTRINE

Intervista a Naomi klein

"Il capitalismo lucra sui disastri, i profitti aumentano se le crisi peggiorano"

di Valeria Tancredi*

Bisogna essere molto cinici per pensare che c’e’ gente nelle “stanze di comando” delle potenze mondiali che usa i disasti politici e naturali per arricchirsi, sfruttando il dolore e la disperazione.

Ma Naomi Klein, l’autrice di “No Logo” considerato il vademecum del pensiero “no global”, best seller tradotto in 28 lingue, e’ andata oltre. Ha girato il mondo per quattro anni, recandosi nei Paesi colpiti da un qualche tipo di disastro, per raccogliere prove e documenti. Quello che ha visto lo ha raccontato nel suo nuovo libro, “The Shock Doctrine” (Rizzoli – RCS) dove evidenza le connessioni tra guerre, rovesci politici, disastri naturali e introduzione di politiche ultraliberiste, mal viste da ampie fasce delle popolazioni.


Sei una delle pioniere del movimento no global nato a Seattle nel ’99, e gia’ allora accusavi FMI e WTO di imporre politiche ultraliberiste nei Paesi poveri, facendo leva sul ricatto di non concedere altrimenti gli aiuti economici richiesti, qual’e’ la differenza principale con quello che avviene oggi?


La differenza principale e’ che ora lo stesso programma ideologico viene imposto con mezzi piu’ apertamente coercitivi, sotto un’occupazione militare streniera in seguito ad un’invasione come in Iraq, o subito dopo un cataclisma naturale. L’esempio dell’uragano Katrina a New Orlans e’ emblematico, gli speculatori hanno approfittato dell’atmosfera di panico successiva a qualsiasi grande tragedia, per fare tabula rasa del preesistente, alloggi popolari in zone centrali ad esempio, soppiantandolo con interventi speculativi dai quali, ovviamente, i meno abbienti sono tagliati fuori. L’11 settembre sembra aver concesso il via libera per smettere di chiedere ai Paesi se desiderano la versione americana di “economia di mercato e democrazia”, e iniziare invece a imporla con la forza militare dello shock and ave, terrore e sgomento.


Nel tuo libro sostieni pero’ che l’idea di sfruttare i disastri per aprire la pista alla deregulation e al libero mercato era nata gia’ prima, e che l’abbiamo gia’ vista all’opera in altre occasioni del recente passato.


Certo, ormai e’ ampiamente assodato, ad esempio, che il rovescio del governo socialista di Allende in Cile ad opera di Pinochet nel ’73, come la maggioranza delle dittature sudamericane, fu appoggiato e finanziato dalla Cia, e che durante la dittatura cilena, parallelamente al terrore che opprimeva e annichiliva la popolazione, sono stati introdotti tagli fiscali ai ricchi, la cancellazione dei servizi pubblici e il taglio della spesa sociale. Anche oggi gli Usa osteggiano Hamas in Palestina, nonostante sia stato democraticamente eletto. Per loro sono democratici solo i Paesi d’accordo con le loro politiche.


Eppure sembra che i governi del Paesi piu’ poveri siano impazienti di mettere in pratica le teorie liberiste.


La fede cieca nel liberismo inteso come soluzione a tutti i problemi sembra la nuova religione fondamentalista del nostro tempo. Non si puo’ mettere in discussione, o si rischia di essere tacciati come retrogadi che si oppongono al progresso, anche se non c’e’ nessuna prova tangibile che il libero mercato abbia portato il benessere che promette.


I numeri dicono il contrario…


E gia’…, nonostante l’avanzata del liberismo, aumentano anche poverta’, emarginazione e disagio sociale mentre, nello stesso tempo, singole persone arrivano a detenere patrimoni che superano il Pil di alcuni stati africani. I governi invece hanno sempre meno spazio per mettere in campo politiche a favore dei loro cittadini perche’ le risorse economiche e naturali sono sempre piu’ in mano ai privati.


Cosa intendi precisamente con l’espressione “capitalismo dei disastri”?


Ci sono sempre piu’ larghi settori dell’economia i cui profitti aumentano all’aumentare delle crisi e dei disastri. Oltre ai “classici” fabbricanti di armi, in questi ultimi anni abbiamo visto nascere societa’ di sicurezza private, quelle stesse che hanno vinto appalti miliardari in Iraq, ma anche aziende che lucrano sulla paura collettiva, spesso ingiustificata, pompata dai media che offrono una visione del reale fuorviata e falsa. I costruttori di telecamere, micropsie, rencinzioni oppure le industrie farmaceutiche che all’indomani dell’allarme antrace aumentarono i profitti del 40 per cento.



http://www.womeninthecity.articolo21.com/index.php

23 maggio 2009

LIBANO. LE SPIE NELLA RETE

Collaborazionisti in fuga, alla vigilia delle elezioni e di una grande esercitazione militare israeliana

Tana per tutti in Libano. Per tutti i collaborazionisti di Israele che, da quando è iniziata l'operazione anti-spie, stanno cercando in ogni modo di fuggire. Secondo il capo della sicurezza interna libanese, Achraf Rifi, un numero non precisato di sospette spie avrebbe già lasciato il paese passando per l'aeroporto di Beirut prima di essere individuate. Altre, almeno tre, sarebbero invece entrate direttamente in Israele, superando il filo spinato che divide i due paesi.

Normalmente quel tratto di confine è sorvegliato dagli allarmi israeliani ma, a quanto pare, in quei casi non sarebbe suonato. Segno che la fuga di quelle persone potrebbe essere stata agevolata da Israele. Gli ultmi due casi sono stati un professore di matematica di 49 anni e un altro uomo, fuggiti lunedì dal tratto di confine tra i villaggi di Rmaish e Yaron. Nelle loro abitazioni le forze di sicurezza hanno trovato sistemi elettronici per comunicare con Israele. Il governo di Beirut ha inviato una richiesta all'Unifil, la missione Onu stabilita nel paese dopo la guerra dell'estate 2006, affinché contatti Israele e ottenga l'estradizione dei fuggitivi. Non solo, le Nazioni Unite hanno ricevuto anche una lamentela ufficiale contro Israele, per avere stabilito una rete di spionaggio in territorio libanese, violando la risoluzione 1701 (che sanciva la fine della guerra in Libano).

La rete di spie Israeliane si starebbe smembrando velocemente, man mano che proseguono gli interrogatori degli arrestati. Al momento le persone arrestate sono 15, nove di loro sono state già incriminate per spionaggio e diverse altre sarebbero nel mirino dell'intelligence libanese. Alcune di quelle erano spie al soldo del Mossad da oltre 15 anni, ma molte altre, a quanto sostengono i servizi beirutini, erano state assoldate dopo la guerra del 2006, quando Israele realizzò di non aver vinto anche a causa della mancanza di informazioni sul terreno. In molti casi, spiega l'esperto di intelligence israeliana Ronen Bergman, le spie vengono arruolate promettendo loro benefici materiali. Come nel caso del vicesindaco della cittadina di Saadnayel, Ziad Homsi, che dopo una storia personale nella resistenza contro l'occupazione israeliana, sarebbe stato arruolato dal Mossad, nel 2006, in un momento di difficoltà economiche. La sua storia è stata rivelata ieri dal quotidiano libanese As Safir, secondo cui Homsi sarebbe stato incaricato di localizzare il leader di Hezbollah. A tale scopo aveva riattivato alcuni contatti con la resistenza per chiedere un incontro con Nasrallah, al quale avrebbe annunciato la propria adesione alla causa sciita, mentre segretamente avrebbe passato le informazioni su di lui a Israele. L'appuntamento però non fu concesso e non se ne fece nulla. Homsi è considerato un pesce grosso della rete, ma al momento la pedina più importante tra gli arrestati pare essere Nasser Nader, spia di lungo corso, che aveva fornito a Israele le coordinate degli obiettivi da colpire durante la guerra del 2006.

Lo smantellamento della rete spionstica in Libano è letteralmente una bomba gettata sul Paese in un momento delicatissimo: siamo alla vigilia delle elezioni parlamentari e, pochi giorni prima del voto, Israele lancerà al confine con il Libano la più grande esercitazione militare degli ultimi sessant'anni. Le rivelazioni che emergeranno nelle prossime settimane, inoltre, potrebbero anche gettare nuove luci sui molti omicidi misteriosi avvenuti nel paese negli ultimi quattro anni. In particolare, Hezbollah si dice convinto che emergeranno gli autori dell'omicidio di Imad Mughniyeh, il capo militare dell'organizzazione sciita ucciso nel 2008. Secondo un'altra fonte interna a Hezbollah, citata dal quotidiano filo-governativo An Nahar, Israele non avrebbe previsto la scoperta del suo network di spie, e sarebbe sconvolto dalla rapidità del suo collasso. La stessa fonte avrebbe dichiarato sibillinamente che Israele "ha commesso un terribile errore" che è stato scoperto e sfruttato da Hezbollah. Israele non ha commentato. Quale sia stato il "terribile errore" non è chiaro, oggi però, il capo della sicurezza interna libanese, Achraf Rifi, intervistato dal blog NowLebanon, ha raccontato di una spia arrestata nel dicembre 2007: "ci siamo resi conto - ha spiegato - di averlo arrestato prima che diventasse operativo, così abbiamo imparato a prenderci del tempo prima di compiere arresti". Una scelta che sembra avere pagato: le reti di spie sono tutte interconnesse, e dunque, la sorveglianza su una cellula può portare a scoprirne molte altre.

Dopo giorni di "no comment", mercoledì i media israeliani hanno scritto della questione, definendola "uno scandalo" e esprimendo preoccupazione per le possibili conseguenze. Lo stesso analista Ronen Bergman, ha parlato di un "colpo doloroso". Secondo Bergman, arruolare agenti richiede molto tempo e, stando alle informazioni disponibili, 15 arresti sono un grosso numero. "Questo causerà la cecità dell'intelligence israeliana in Libano per molto tempo". La spy story libanese potrebbe avere ripercussioni anche sulle elezioni parlamentari che si terranno il prossimo 7 giugno, tirando la volata al già favorito blocco sciita. Lo stesso Nasrallah starebbe tentando di approfittare della situazione, chiamando in causa anche le esercitazioni militari israeliane che inizieranno il prossimo 31 maggio. Denominate "Jennifer Cobra", dovrebbe trattarsi di una serie di test dei sistemi antimissile a scopo difensivo. Nasrallah, però, ha pubblicamente ipotizzato che Israele stia preparando un attacco a sorpresa, forse anche per impedire lo svolgimento delle elezioni. "Non ho informazioni al riguardo - ha precisato - ma è una possibilità da prendere in considerazione". Lo stesso Nasrallah in altra sede ha dichiarato "non credo che Israele attaccherà il Libano". Quindi la cosa più probabile è che il segretario di Hezbollah volesse lanciare un messaggio elettorale: martedì scorso, infatti, Nasrallah ha attaccato i politici al governo accusandoli di non occuparsi della possibile minaccia: "Che cosa ha fatto lo Stato per proteggere la sicurezza, le acque e la dignità del Libano?" Per poi aggiungere che il suo partito, le cui capacità belliche sono cresciute in quantità e qualità, prenderà le dovute precauzioni.

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19 maggio 2009

NOTIZIE DEL NUOVO ORDINE MONDIALE




Il presidente brasiliano, Luiz Ignacio Lula da Silva, sbarca oggi a Pechino per concludere un patto strategico tra i due paesi, che potrebbe consolidare il nuovo punto di forza delle potenze emergenti del nuovo ordine mondiale. Dopo essere andato in Arabia Saudita Lula arriva in Cina con 200 imprenditori brasiliani e alcuni di suoi ministri, pieni di progetti molto realistici centrati principalmente in settori finanziari, commerciali e tecnologici. Si tratta della seconda visita ufficiale del primo mandatario brasiliano al gigante asiatico, e questo si produce in un momento molto propizio: Il mese scorso, Cina è diventata il primo partner commerciale del Brasile, Sostituendo per la prima volta agli Stati Uniti.

Lula pretende finire il suo secondo mandato come uno dei migliori statisti di questa decada, vuole convincere al suo omonimo Hu Jintao, di ridurre la sua dipendenza dell’economia americana, e per fare questo dovrà prescindere del dollaro nel commercio bilaterale tra i due paesi. (Brasile e Cina).

Brasile ha convertito questa strategia nel suo cavallo di battaglia, e lo sta già applicando con Argentina, e ha iniziato trattative con Uruguay e Colombia.

“Non abbiamo bisogno del dollaro”, Perché due paesi come Brasile e Cina devono utilizzare il dollaro come moneta di riferimento al posto delle sue monete nazionali?. Questo è assurdo, tanto quanto dare a un solo paese (il potere di stampare quei dollari). “Abbiamo bisogno di dare più potere alle nostre monete cinese e brasiliane”, ha detto il presidente Lula la settimana scorsa alla rivista Cina Caijin.


Alleati


Cina ha trovato in brasile un solido alleato, non solo nel commercio, ma anche nelle sedi multilaterali, in cui entrambi i paesi hanno recentemente affrontato obiettivi comuni. È accaduto durante l'ultima riunione del G-20 a Londra, dove Lula e Hu Jintao hanno rilevato la necessità di una riforma globale delle istituzioni finanziarie come il Fondo monetario internazionale (FMI) e Banca mondiale, che sono diventate obsolete, e non rappresentative del nuovo ordine economico globale.

Brasile e Cina coincidono in molte cose per quanto riguarda alle riforme e trasformazione dell’ordine internazionale. L’unico punto in cui sono divisi è nella riforma del consiglio di sicurezza dell’ONU, poiché Cina ha delle preoccupazioni per questioni regionali, spiega una fonte vicina a Lula.

Nonostante l'assalto della crisi finanziaria, la Cina continuerà a crescere quest’anno, a un tasso superiore al 6%, secondo le ultime stime della Banca mondiale. Brasile, invece, soffrirà la tempesta, i mercati prevedono che nel 2009 il prodotto interno lordo (PIL) del paese sudamericano cadrà nella fossa dei numeri negativi. In questo contesto, la bilancia commerciale tra la Cina e il Brasile si è notevolmente sbilanciata a favore dell’Asia, ma le esportazioni del Brasile non si sono fermate in questa decada registrando guadagni superiori ai 16.400 milioni di dollari nel 2008.

Lula arriva a Pechino con un potente argomento a favore del rafforzamento delle relazioni bilaterali con la Cina, nel mese di aprile, il commercio bilaterale tra i due paesi è arrivato a 3.200 milioni di dollari, superando i 2,800 milioni di transazioni tra il Brasile e gli Stati Uniti nello stesso periodo.

Il dato è indicativo perché fino al mese scorso gli Stati Uniti erano il primo partner commerciale del Brasile. Tra gennaio e aprile, le esportazioni brasiliane verso la Cina sono cresciute del 65% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il problema per il Brasile è che l’80 % di queste esportazioni corrisponde a materie prime come la soia e il ferro che sono meno redditizie di altri prodotti.

La visita di Lula ha lo scopo di convincere il suo omologo nella necessità di invertire questa situazione.

Il governo brasiliano non dice chiaramente che in realtà cerca un accordo vitale per la petroliera statale Petrobras. Lula vuole che la Banca per lo sviluppo cinese finanzi 10.000 milioni di dollari per l’esplorazione di nuove riserve di petrolio, nel cosiddetto pre-sale, una vasta zona sottomarina al largo della costa di Rio de Janeiro e São Paulo, dove si ritiene che rimangano nascoste enormi quantità del prezioso liquido. In cambio, il Brasile per il suo partner asiatico assicurerà la vendita di 200.000 barili di petrolio al giorno.

Ma Lula non è interessato solo al petrolio, tirerà fuori anche il bio-etanolo, tema che ha già trattato in precedenza con Obama.



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16 maggio 2009

LA CRISI E L' ANARCHIA DEL MERCATO



La storia economica del XX secolo evidenzia come la crisi attuale, innescata dai mutui subprime (2007) e dal fallimento della Lehman Brothers (2008), è stata preceduta da crisi altrettanto gravi a cadenza regolare, nel medio e lungo termine. Se andiamo indietro nel tempo, notiamo che, a un decennio d’intervallo l’una dall’altra, ci sono la crisi monetaria delle tigri asiatiche (1997) ed il lunedì nero di Wall Street (1987), mentre distanziate di quasi mezzo secolo seguono due eventi epocali collegati a guerre. Innanzitutto la fine del sistema di Bretton Woods ed il primo shock petrolifero, situato tra due attacchi sionisti, la guerra dei 6 giorni (1967) e la guerra del Kippur (1973). In secondo luogo il celebre crollo di Wall Street (1929) e la fine della grande depressione che coincide con l’inizio della seconda guerra mondiale (1939).
Questa cronologia degli eventi critici del recente passato sembra rivalutare la teoria delle fluttuazioni cicliche, cara alla critica marxista e sottovalutata dall’apologetica liberista, secondo cui l’andamento dell’economia di mercato procede alternando fasi di espansione e di contrazione. Collocare la nozione di crisi nella dinamica globale del capitalismo, porta ad affermare che tutte le disfunzioni - carenza di domanda, disoccupazione, inflazione, e perfino i crack finanziari - non sono calamità isolate, ma fenomeni che caratterizzano il normale andamento dell’economia, e come tali sono prevedibili e controllabili, con una duplice finalità: per mantenere l’equilibrio sistemico, o per destabilizzarlo.
Gli economisti delle scuole classica e neoclassica, convinti che libero mercato porta necessariamente all’equilibrio tra domanda e offerta (legge di Say), non riuscirono ad elaborare tesi specifiche sull’incidenza periodica della crisi. Soltanto Karl Marx avvertì il carattere contraddittorio dello sviluppo capitalistico legato alla dinamica del ciclo industriale. La differenza fondamentale è che per i liberisti le fluttuazioni cicliche, per quanto possano sfociare in crisi gravi, non sono destabilizzanti. Invece per i marxisti la discontinuità dello sviluppo, associato alla lotta di classe, determina il crollo del sistema.
Partendo dal presupposto classico che l’uguaglianza tra risparmi e investimenti è la condizione basilare per l’equilibrio macroeconomico di lungo periodo, e condividendo la tesi secondo cui il risparmio globale dipende essenzialmente dalla distribuzione del reddito tra le classi sociali, Marx afferma che non c’è alcun meccanismo distributivo che assicuri una quota di risparmio tale da garantire l’equilibrio del sistema. Anzi, la stessa intensità dello sviluppo, richiedendo incrementi di produttività proporzionalmente maggiori degli incrementi salariali, determina una distribuzione favorevole ai profitti e perciò una formazione di risparmio periodicamente maggiore di quella che basterebbe a sfruttare tutte le occasioni di investimento di volta in volta possibili. Lo sviluppo discontinuo è quindi una connotazione tipica del capitalismo, e viene definita anarchia del mercato.
Nel 1939 Alois Schumpeter, organizzando in modo sistematico la miriade di studi precedenti sulla crisi e le fluttuazioni cicliche, definì una sua teoria dello sviluppo economico basata sull’importanza dell’innovazione e sull’incidenza di tre cicli di ampiezza differente, ognuno identificato col nome dell’economista che ne aveva ipotizzato l’esistenza. Si parte dal ciclo breve, della durata media di 3 anni (Joseph Kitchin). Segue il ciclo medio, della durata di 8-10 anni (Clement Juglar). Infine c’è il ciclo lungo, della durata di 40-60 anni (Nicolai Kondratev).
Ad un primo approccio ogni ciclo è diviso in due fasi. La fase ascendente, definita espansione, ha inizio con l’innovazione e si caratterizza per la sua diffusione, attraverso un ventaglio di imitazioni che fanno seguito all’iniziativa innovatrice. Prosegue con l’allargamento del credito, la crescita dei saggi d’interesse, l’aumento dei consumi.
Termina non appena ha sconvolto le relazioni tra prezzi e quantità, al punto da rendere impossibile formulare piani per il futuro. Il punto di inversione è raggiunto tanto più velocemente quanto più le innovazioni si concentrano in pochi settori e si diffonde un clima di incertezza circa l’esaurimento delle opportunità di innovare. Da quel momento il saggio di innovazione rallenta e segue un periodo in cui gli imprenditori accumulano stock. L’economia si stabilizza ad un reddito di equilibrio superiore al punto d’inizio dell’espansione appena terminata e ha inizio la fase discendente, definita contrazione, in cui il processo s’inverte.
Ad un’analisi più dettagliata ciascuna fase può essere divisa in due momenti. L’espansione si divide in ripresa, periodo in cui il sistema si allontana dalla crisi per muoversi verso una condizione di equilibrio, e prosperità, periodo in cui la crescita del reddito e dell’occupazione è talmente veloce da avvicinare il sistema alla situazione di pieno impiego di tutti i fattori. La contrazione si divide in recessione, periodo in cui il sistema spontaneamente o per effetto di politiche economiche si allontana dal surriscaldamento per tornare al suo normale equilibrio, e depressione, periodo in cui si manifestano preoccupanti squilibri.
La teoria del ciclo economico, come elaborata da Schumpeter assimilando gli studi precedenti, parte dal presupposto che il reddito, pur seguendo le fluttuazioni cicliche, manifesta una tendenza di lungo periodo all’aumento. Considerato un certo periodo di tempo, se definiamo trend l’andamento del reddito se pervenisse dal valore iniziale al valore finale in modo uniforme, notiamo che prosperità e recessione si collocano al di sopra del trend, mentre depressione e ripresa si collocano al di sotto del trend. Il problema è capire perché il reddito, invece di procedere nel tempo in modo uniforme, si sviluppi con allontanamenti periodici dal trend, e soprattutto perché si verifichino i punti d’inversione superiore ed inferiore. La spiegazione, secondo Marx, è nella dinamica del reddito e degli investimenti.
Il saggio naturale di sviluppo del reddito è il massimo livello di espansione che il reddito può conseguire. Corrisponde alla piena occupazione della forza lavoro e al massimo livello di produttività consentito dal progresso tecnologico. Invece il saggio d’equilibrio di sviluppo è quel grado d’incremento del reddito che assicura l’equilibrio del sistema. É direttamente proporzionale alla propensione al risparmio, che esprime il rapporto tra reddito e risparmio, ed è inversamente proporzionale al coefficiente di capitale, che esprime il rapporto tra capitale impiegato e prodotto ottenuto. I due saggi - quello naturale e quello d’equilibrio - non devono necessariamente coincidere perché dipendono da grandezze diverse. Ciò significa che il sistema può stare sempre in equilibrio, anche se c’è disoccupazione e capacità produttiva inutilizzata.
Nel lungo periodo gli investimenti, oltre ad essere una componente della domanda, sono anche un’aggiunta al capitale. Pertanto, nell’ipotesi che il coefficiente di capitale sia costante, le variazioni in aumento o diminuzione del saggio d’incremento del reddito hanno effetti amplificati sul saggio d’incremento degli investimenti. Tale meccanismo è definito principio di accelerazione. Se il saggio d’incremento del reddito aumenta di anno in anno, gli investimenti aumentano ad un saggio maggiore di quello del reddito. Se il saggio d’incremento del reddito diminuisce di anno in anno, gli investimenti aumentano ad un saggio minore di quello del reddito ed eventualmente diminuiscono.
La mancata coincidenza tra i due saggi di sviluppo - imputabile secondo Marx allo squilibrio nella distribuzione del reddito tra profitti e salari - ed il principio dell’accelerazione - che sfasa la dinamica degli investimenti rispetto all’andamento del reddito - possono spiegare perché il reddito cresca con allontanamenti periodici dal trend. Ogni fase del ciclo economico si spiega invece con quanto accade nella fase precedente, Ad esempio, già all’interno dell’espansione, agiscono elementi che portano al suo progressivo esaurimento. Per la crescita del reddito e per la rapidità con cui si formano i profitti delle imprese, dovuta ad un aumento della produttività del lavoro superiore all’incremento dei salari, cresce la propensione al risparmio. L’intenso sfruttamento delle innovazioni determina una loro progressiva rarefazione e ne abbassa la disponibilità. L’impossibilità di investire tutto il risparmio determina una caduta del reddito e dell’occupazione.
Dal punto di vista empirico, dopo il secondo conflitto mondiale, le economie industrialmente avanzate hanno visto attenuarsi il fenomeno delle fluttuazioni cicliche e, dopo il boom dell’immediato dopoguerra, si sono assestate lungo un trend di crescita lenta ma costante. Esistono i cosiddetti stabilizzatori del ciclo, interni al sistema, che operano in modo restrittivo durante la fase di espansione, e in modo espansivo durante la fase di contrazione. Ad esempio citiamo le imposte dirette - il cui gettito può essere aumentato al crescere del reddito per frenare l’espansione e diminuito in caso contrario per ampliare i consumi - i sussidi alla disoccupazione - che impediscono una drastica caduta della domanda in caso di depressione - la politica monetaria - che può essere utilizzata con finalità diverse in base alla congiuntura.
Attualmente, mentre la gente comune si chiede quando inizierà la ripresa, pare che l’oligarchia, dopo aver accentuato la fase recessiva con operazioni finanziarie che hanno causato crack e panico, stia valutando la se prolungare o meno la recessione fino alla depressione. Secondo informazioni trapelate e diffuse da alcuni cronisti investigativi, dovrebbe essere questo il vero contenuto della riunione del Bilderberg Group, che si conclude il 17 maggio. All’interno della lobby mondialista si starebbe discutendo se continuare a lucrare per circa un decennio sulla crescita della povertà o rifondare subito l’economia globale sulla revisione del paradigma dominante in termini di maggiore sostenibilità ambientale e minore sovranità degli Stati.
Malgrado alcuni ambienti cospirazionisti giustamente denuncino, ancora una volta, la gestione verticistica dell’economia mondiale a beneficio di una ristretta cerchia di privilegiati, riteniamo che il vero problema non sia quello di immaginare cosa dicono i potenti della terra dando per scontato che, con i loro potenti mezzi riusciranno a conseguire gli obiettivi pianificati.
Al contrario bisognerebbe chiedersi come eventuali avanguardie popolari dovrebbero gestire il potenziale enorme dissenso che produce l’impoverimento di milioni di persone, di ogni razza e religione, perché di una cosa bisogna essere consapevoli: nonostante le crisi cicliche, il sistema non crolla da solo, ma ritrova sempre e comunque il suo equilibrio economico, con gravissimi costi sociali, se non interviene, come effetto della crisi stessa, una rivoluzione politica capace di fondare un diverso e radioso avvenire.

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14 maggio 2009

SRI LANKA NELL' OBLIO DEL MONDO

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L'ospedale da campo allestito nell'ex scuola elementare di Mullivaikal, l'unico attivo nella zona dei combattimenti tra esercito e ribelli tamil nel nord-est dello Sri Lanka, oggi è stato nuovamente colpito dall'artiglieria governativa: i morti sarebbero almeno 50.

Lo ha reso noto il dottor Shanmugaraj, responsabile sanitario governativo distrettuale rimasto ad assistere i civili tamil intrappolati dall'avanzata dell'esercito nel territorio in mano ai ribelli dell'Ltte, dove sono ancora intrappolati 50 mila civili tamil.
Shanmugaraj ha riferito che attorno all'una del pomeriggio (le 9:30 del mattino in Italia) due proiettili di mortaio hanno colpito una camerata e l'ufficio amministrativo dell'ospedale, uccidendo almeno 50 civili, tra pazienti ricoverati dopo i precedenti bombardamenti e parenti. Tra le vittime anche un giovane medico singalese volontario della Croce Rossa Internazionale. Almeno quaranta i feriti, molti dei quali in condizioni critiche.
Un altro colpo di mortaio, caduto sull'ospedale di Mullivaikal ieri mattina, aveva causato la morte di 49 civili.
I bombardamenti dell'artiglieria governativa degli ultimi giorni sulla cosiddetta ‘Safe Zone' - negati dal governo, ma confermati dalle Nazioni Unite e da Human Rights Watch - hanno causato almeno 484 morti civili e circa 1.300 feriti. Da febbraio a oggi, i civili tamil uccisi nel corso dell'offensiva governativa contro le ultime roccaforti dell'Ltte sono quasi settemila.

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I bombardamenti condotti nelle ultime 24 ore dall'aviazione e dall'artiglieria governative sulla 'Safe Zone' a nord di Mullaitivu avrebbero causato una strage di civili tamil senza precedenti.

Lo riferisce il dottor Shanmugarajah, ex responsabile medico governativo del distretto di Mullaitivu, rimasto ad assistere i 50 mila sfollati tamil intrappolati dall'avanzata dell'esercito nel territorio in mano ai ribelli dell'Ltte.
Da ieri sera, 378 cadaveri e 1.122 feriti sarebbero arrivati nell'ospedale da campo di Mullivaykkaal, l'unico attivo nella 'Safe Zone'. Il dato si riferisce alle 15 di oggi, ma sembra che ci siano altre centinaia di vittime. Le vittime sono in maggioranza anziani, donne e soprattutto bambini: tra i cadaveri, 106 sono di bambini; tra i feriti ce ne sono 251.
Se questi numeri venissero confermati, si tratterebbe di una delle peggiori stragi di civili mai compiute da un esercito governativo.
Il governo di Colombo ha negato che nelle ultime 24 ore vi siano stati bombardamenti aerei e d'artiglieria sul territorio ribelle: una striscia di costa lunga 4 chilometri e profonda poco più di un chilometro.

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12 maggio 2009

VENEZUELA, TIMORI PER LA POSSIBILE CHIUSURA DI UN'ALTRA TV ANTICHAVISTA?



“I governi possono cambiare, ma gli strumenti con cui ci hanno trasformato in colonia continuano ad essere uguali.
Per un Presidente statunitense con senso etico, nei 28 anni successivi, ne abbiamo avuti tre che hanno commesso dei genocidi ed un quarto che ha internazionalizzato il bloqueo.
L'OEA è stata lo strumento di quei crimini. Il suo costoso apparato burocratico prende sul serio, solamente, gli accordi del suo CIDH. La nostra nazione è stata l'ultima delle colonie spagnole dopo quattro secoli d'occupazione e la prima a liberarsi del dominio degli Stati Uniti, dopo oltre sei decadi.
“La libertà costa molto cara ed è necessario, o rassegnarsi a vivere senza di lei, o decidersi a comprarla al suo prezzo", ci ha insegnato l'Apostolo della Nostra Indipendenza. Cuba rispetta i criteri dei governi dei fraterni paesi dell'America Latina e dei Caraibi che pensano in maniera differente, ma non desidera far parte di questa istituzione.
Daniel Ortega, che a Port of Spain ha pronunciato un coraggioso e storico discorso, ha spiegato al popolo cubano che i paesi indipendenti dell'Africa non hanno invitato le antiche potenze coloniali europee a far parte dell'Unità Africana. È una posizione degna d'essere presa in considerazione.
L'OEA non ha potuto impedire a Reagan di scatenare la guerra sporca contro il suo popolo, di minare i suoi porti, di servirsi del narcotraffico per acquistare le armi da guerra con cui finanziò la morte, l'invalidità o le gravi ferite di decine di migliaia di giovani di un piccolo paese come il Nicaragua.
Che cosa ha fatto l'OEA per proteggerlo? Che cosa ha fatto per impedire l'invasione di Santo Domingo, le centinaia di migliaia di persone assassinate o scomparse in Guatemala, gli attacchi dell'aviazione, gli omicidi d'importanti figure ecclesiastiche, le repressioni di massa contro il popolo, le invasioni di Granada e Panama, il colpo di Stato in Cile, le persone torturate e scomparse lì, in Argentina, in Uruguay, in Paraguay ed altri luoghi? Ha accusato qualche volta gli Stati Uniti? Qual'è la sua valutazione storica di questi fatti?
Ieri, sabato, Granma ha pubblicato ciò che ho scritto dell'accordo della CIDH contro Cuba. Ero curioso di conoscere ciò che aveva deciso contro il Venezuela. Era più o meno la stessa schifezza.
La Rivoluzione Bolivariana è arrivata al potere in maniera differente rispetto a Cuba. Nel nostro paese il processo politico era stato improvvisamente interrotto da un astuto golpe militare promosso dal governo degli Stati Uniti il 10 marzo 1952, a poche settimane dalle elezioni generali che dovevano celebrarsi il 1° giugno di quell'anno. A Cuba, ancora una volta, l'unica alternativa per il popolo sarebbe stata quella di rassegnarsi. I cubani lottarono nuovamente ed in questa occasione la conclusione fu molto diversa. Dopo quasi sette anni, per la prima volta nella storia, la Rivoluzione emerse vittoriosa.
I combattenti rivoluzionari, con minime risorse belliche, oltre il 90% furono strappate al nemico dopo 25 mesi di guerra sostenuti dal popolo, ed uno sciopero generale rivoluzionario durante l'offensiva, spazzarono via la tirannia, permettendo il controllo di tutte le sue armi e dei suoi centri di potere. La Rivoluzione vittoriosa si trasformò in una fonte di diritto, come in qualsiasi altra epoca storica.
In Venezuela non è stato così. Chavez, un militare rivoluzionario, come ce ne sono stati altri nel nostro emisfero, giunse alla Presidenza mediante le regole della Costituzione borghese stabilita, leader del Movimento della V Repubblica, alleato con altre forze della sinistra. La Rivoluzione ed i suoi strumenti dovevano essere creati. Se in Venezuela fosse trionfata la rivolta militare da lui guidata, probabilmente la Rivoluzione avrebbe seguito un altro corso. Ciò nonostante, fu fedele alle norme legali stabilite che aveva già a sua disposizione come principale forma di lotta. Sviluppò l'abitudine della consultazione popolare tutte le volte che fu necessario.
Promosse il plebiscito popolare per la nuova Costituzione. Non impiegò molto a conoscere i metodi dell'imperialismo e dei suoi alleati dell'oligarchia per recuperare e conservare il potere.
Il golpe di Stato dell'11 aprile 2002 fu la risposta controrivoluzionaria.
Il popolo reagì e lo condusse nuovamente al potere nel momento in cui, segregato ed isolato, stava per essere eliminato dalla destra che lo spingeva a firmare la sua rinuncia.
Non si piegò, resistette finché gli stessi marinai venezuelani lo liberarono e gli elicotteri della Forza Aerea lo portarono nuovamente al Palazzo di Miraflores, già occupato dal popolo e dai soldati di Forte Tiuna, ribellatesi agli alti ufficiali golpisti.
In quei giorni pensai che la sua politica si sarebbe radicalizzata; tuttavia, preoccupato per l'unità e la pace, nel momento di maggiore forza e sostegno, fu generoso e conversò con i suoi avversari cercando la cooperazione.
La replica dell'imperialismo e dei suoi complici a quell'atteggiamento fu il golpe del petrolio. Forse una delle più brillanti battaglie che scatenò in quel periodo fu quella intrapresa per fornire combustibile al popolo venezuelano.
Dalla sua visita a Cuba nel 1994, quando parlò all'Università de L'Avana, avevamo conversato molte volte.
Era un uomo veramente rivoluzionario, ma nella misura in cui prendeva coscienza dell'ingiustizia che regnava nella società venezuelana, approfondì il suo pensiero, fino a giungere alla convinzione che per il Venezuela esisteva solamente l'alternativa di un cambiamento radicale e totale.
Conosce nei minimi dettagli le idee del Libertador, che ammira profondamente.
I suoi avversari sanno che non è facile vincere la tenacia di un combattente che non riposa un minuto. Possono decidere di privarlo della vita, ma i nemici interni ed esterni sanno ciò che significherebbe per i loro interessi. Possono esistere pazzi e fanatici irrazionali, ma da tali pericoli non sono esenti i leader, i popoli, né la stessa umanità.
Ragionando a mente fredda, Chavez è oggi un avversario formidabile del sistema capitalista di produzione e dell'imperialismo. Si è trasformato in un vero esperto di molti dei problemi fondamentali della società umana. L'ho visto in questi giorni, mentre inaugurava decine di servizi per la salute. È impressionante. Critica con forza ciò che accadeva con i servizi vitali, come quelli per l'emodialisi, che si trovavano nelle mani di strutture private ed erano pagati dallo Stato. I poveri erano condannati a morte se non disponevano del denaro. Lo stesso succedeva con molti altri dei servizi su cui contano oggi le nuove installazioni dei centri ospedalieri, forniti delle più moderne attrezzature.
Gestisce con maestria i minimi dettagli della produzione nazionale ed i servizi sociali. Domina la teoria e la pratica del socialismo richiesti dal suo paese e s'impegna per le sue più profonde convinzioni. Definisce il capitalismo come è; non ne fa una caricatura, mostra radiografie ed immagini del sistema.
Si tratta di un peculiare ed odioso insieme di forme di sfruttamento del lavoro umano, ingiusto, disuguale, arbitrario. Non parla semplicemente del lavoratore, lo mostra in televisione mentre produce con le sue mani, mostrando la sua energia, le sue conoscenze, la sua intelligenza, creando beni o servizi imprescindibili per gli esseri umani; gli domanda dei suoi figli, della sua famiglia, della moglie o del marito, dei familiari, dove vivono, che cosa studiano, che cosa fanno per aumentare il loro sapere, l'età, il salario, la futura pensione, le grottesche bugie sulla proprietà diffuse dagli imperialisti e dai capitalisti. Mostra ospedali, scuole, fabbriche, bambini e bambine, offre dati sulle fabbriche che si costruiscono in Venezuela, macchinari, cifre sulla crescita dell'occupazione, risorse naturali, progetti, mappe ed offre notizie sull'ultimo ritrovamento di gas. La più recente misura adottata dal Congresso: la Legge di nazionalizzazione delle 60 principali imprese che ogni anno prestano servizi a PDVSA, l'impresa petrolifera statale, per un valore superiore agli 8 mila milioni di dollari. Non erano di proprietà privata, le crearono i governi neoliberali del Venezuela con risorse che appartenevano a PDVSA.
Non avevo mai visto un'idea così chiaramente trasformata in immagini e trasmessa in televisione. Chavez non solo possiede un particolare talento per captare e trasmettere l'essenza dei processi; l'accompagna una memoria privilegiata; è difficile che si dimentichi una parola, una frase, un verso, un'intonazione musicale; combina parole che esprimono nuovi concetti. Parla di un socialismo che cerca la giustizia e l'uguaglianza; “finché il colonialismo culturale continua ad essere vivo nelle menti, il vecchio non termina di morire ed il nuovo non inizia a nascere”. Combina versi e frasi eloquenti in articoli e lettere. Ha dimostrato soprattutto d'essere in Venezuela il leader politico capace di creare un partito, di trasmettere incessantemente idee rivoluzionarie ai suoi militanti e d'educarli politicamente.
Ho osservato soprattutto i visi dei capitani e degli equipaggi delle navi delle imprese nazionalizzate; nelle loro parole si riflette l'orgoglio interiore, la gratitudine per il riconoscimento, la sicurezza nel futuro; i visi pieni di giubilo dei giovani studenti d'economia, che l'hanno nominato testimone della loro ormai prossima laurea, quando gli dice che è necessario che oltre 400 di loro si trasferiscano in Argentina, preparati a gestire le 200 nuove fabbriche del programma accordato con quel paese, dove saranno inviati al termine del corso di laurea per prepararsi nei processi di produzione.
Con lui si trovava Ramonet, meravigliato dal lavoro di Chavez. Quando circa otto anni fa, iniziammo la nostra cooperazione rivoluzionaria con il Venezuela, si trovava nel Palazzo della Rivoluzione facendomi un'infinità di domande. Lo scrittore conosce il tema e si scervella tentando d'indovinare che cosa sostituirà il sistema capitalista di produzione. L'esperienza venezuelana lo riempie sicuramente di stupore. Sono stato testimone di un singolare impegno in quella direzione.
È una battaglia di idee persa in anticipo dall'avversario, che non ha nulla da offrire all'umanità.
Non per niente, l'OEA tenta ipocritamente di presentarlo come un nemico della libertà d'espressione e della democrazia. E' già trascorso quasi mezzo secolo da quando quelle scalfite ed ipocrite armi si schiantarono contro la fermezza del popolo cubano. Oggi il Venezuela non è solo e conta sull'esperienza di 200 anni d'eccezionale storia patriottica.
È una lotta che è appena iniziata, nel nostro emisfero.



Fidel Castro Ruz

10 Maggio 2009

I FIGLI BASTARDI DELLA GLOBALIZZAZIONE

La globalizzazione colpisce tutti i settori della nostra vita quotidiana, genera ricchi sempre più ricchi, e poveri sempre più poveri. Purtroppo ce ne renderemo conto quando questa situazione ci colpirà direttamente.

Dovete riflettere bene quando andate a far le spese, che cosa comprare e come comprare, uscire dal globalismo non è facile, il capitalismo è un sistema che tende a riprodursi in qualunque classe sociale, perché forma parte dell'istinto dell’uomo (avarizia).
Il cambiamento è difficile, e finché non si crolli nella melma della società civile, non ci sarà nessun cambio. Questa crisi è una grandissima opportunità, (più poveri tutti per essere più solidali.)

11 maggio 2009

LA MORTE IN UN BATTER D'OCCHIO

CREDO CHE NON SIA NECESSARIO COMMENTARE QUESTO VIDEO, BUONA VISIONE (CONSAPEVOLE).

09 maggio 2009

BOTTA E RISPOSTA, BARNARD VS TRAVAGLIO

Il mio modesto parere:

Mi sembra miserabile farsi pubblicità sulla pelle dei MORTI.
Nessuno dei due ha le credenziali per affermare la verità assoluta, perché dietro di voi c’è sempre qualcuno che vi paga lo stipendio.

Chi è padrone della verità in questo mondo?
Nessuno!


Il popolo israeliano ha sofferto lo sterminio, il popolo palestinese pure. La deferenza però, è sostanziale, lo sterminio degli ebrei fu voluto e studiato a tavolino con il consenso anche europeo, il popolo palestinese viene ammazzato in nome della difesa di Israele e il suo diritto a esistere.
Io però chiedo a Travaglio, a chiunque, come reagireste se la Francia occupasse tutto il Piemonte e la Lombardia, sottraendo terre e case ai cittadini Italiani?
E’ così pericolo per Israele (che possiede oltre 200 testate nucleari) la Palestina?
Nessuno dei due governi sono innocenti, l’unica cosa che so e che gli unici a soffrire sono i popoli schiavi. Spero che Travaglio e Barnard sentissero queste parole dell’unica" forse" persona autorevole in materia. Perché Caro travaglio una cosa, è studiare le strage, l’altra è vederle e toccarle con mano, lo stesso vale per Barnard.
Il genocidio del popolo palestinese è stato sotto il naso di tutti, ognuno trarrà le proprie conclusioni.
La geopolitica sta cambiando, un domani le vostre parole saranno ricordate.





L'INIZIO DEL CONFLITTO ISRAELOPALESTINESE



LA RISPOSTA ISRAELIANA




IL CONTROCOLPO DI PALESTINA





QUESTO L'AGGIUNGO IO





ENTRAMBI GOVERNI E PURE VOI AVETE TORTO, PERCHÉ LA GUERRA DI PER SE È SBAGLIATA, SIA DA UNA PARTE CHE DALL'ALTRA.