LA SELEZIONE NATURALE DEI PIU' ADATTI
LOTTA PER LA VITA E SELEZIONE NATURALE
Darwin teorizzò che, analogamente alla selezione artificiale operata dall'uomo, anche in natura dovesse agire un meccanismo simile per effetto di un fattore selettivo che doveva essere individuato nella lotta incessante per la sopravvivenza all'interno di un dato ambiente.
Osservando piante e animali Darwin rilevò che due individui di una popolazione sono perfettamente identici: gli organismi differiscono per dimensioni, colori e molti altri caratteri. Lo scienziato iniziò ad intuire che sono in realtà le variazioni, piuttosto che i caratteri acquisiti, a essere trasmesse alla discendenza. Erano le basi della sua teoria della "selezione naturale": un meccanismo, responsabile dei cambiamenti riscontrabili nelle popolazioni, che interviene quando gli individui con le variazioni più favorevoli per un determinato ambiente sopravvivono e trasmettono questi caratteri alla progenie.
Darwin concluse che gli organismi che non hanno successo nella competizione per le risorse hanno minori probabilità di sopravvivere in quell'ambiente. Solo gli organismi che sopravvivono possono trasmettere i propri caratteri alla generazione successiva, e dunque in ogni nuova generazione i figli degli individui più adatti saranno più numerosi.
"DARWINISMO SOCIALE"
Darwin rivoluzionò la concezione tradizionale dell'origine delle specie viventi e diede un aspetto organico e definitivo alla concezione deterministica. Egli sosteneva che il numero degli organismi viventi che nasce è superiore a quello che può sopravvivere con le risorse disponibili. Quindi esiste tra i vari individui una lotta continua per sopravvivere. In questa lotta prevalgono i più adatti alle condizioni di vita in cui si trovano e trasmettono i loro caratteri ai discendenti.
Questa sopravvivenza del più adatto è la «selezione naturale»: come l'uomo seleziona artificialmente le specie animali e vegetali più utili ai suoi bisogni, modificandone le caratteristiche, così opera la natura, scegliendo per la riproduzione degli individui che nella lotta per l'esistenza hanno dei vantaggi sopra i concorrenti.
La dottrina darwiniana ebbe un'influenza enorme su tutto lo sviluppo scientifico e filosofico del secondo Ottocento, ed ebbe peso notevole anche nelle scienze sociali, dando origine a quel filone del pensiero sociologico che si definisce appunto "darwinismo sociale".
Tale dottrina tende a vedere la società umana regolata dalle stesse leggi del mondo animale e naturale, quindi dominata anch'essa dalla lotta per la vita, che assicura la sopravvivenza e il dominio al più forte. In effetti la società umana nella sua storia millenaria è sempre stata caratterizzata da conflitti tra le varie classi sociali. Tuttavia il darwinismo sociale non analizza la lotta per la vita come un dato legato a forme specifiche, storicamente definite di società, ma la pone come legge assoluta di ogni forma di società possibile.
Le tendenze di pensiero più reazionarie ne ricavano la conclusione che l'assetto sociale vigente fondato sul dominio di una classe sulle altre, corrisponde alle leggi stesse di natura e non potrà mai essere modificato, o addirittura affermano la legittimità e la necessità del predominio del più forte sui più deboli, respingendo le nozioni di uguaglianza e di democrazia maturate nel corso moderno della storia borghese, dall'Illuminismo alla Rivoluzione francese in poi.
Queste teorie sono la manifestazione della profonda crisi attraversata dalla coscienza borghese nella seconda metà dell'Ottocento: viene meno la sicurezza di poter dominare concettualmente e praticamente tutta la realtà, la serena certezza in futuro di pace, di equilibrio, di giustizia e di benessere illimitato, che erano i punti fondamentali della concezione della borghesia nel periodo eroico della sua ascesa.
"DARWINISMO ECONOMICO"
“Il commercio dentro la società e tra i paesi è lo scambio tra i beni e i servizi che producono gli esseri umani. I padroni dei mezzi di produzione s’impossessano dei guadagni. Loro gestiscono, come classe, lo stato capitalista e si vantano d’essere loro a dare impulso allo sviluppo ed al benessere sociale attraverso il mercato, che è venerato come un dio infallibile.
In ogni paese c’è la rivalità tra i più forti ed i più deboli, quelli con più vigore fisico, quelli che si alimentano meglio, quelli che hanno imparato a leggere e scrivere, quelli che hanno frequentato le scuole, quelli che accumulano più esperienze, più rapporti sociali, più risorse, e quelli a qui mancano questi vantaggi dentro la società.
Tra i paesi, quelli che hanno miglior clima, più terra coltivabile, più acqua, più risorse naturali nello spazio in cui gli è toccato vivere quando non ci sono altri territori da conquistare, quelli che dominano le tecnologie, quelli che hanno più sviluppo e gestiscono infinite risorse mediatiche, e quelli che, al contrario, non godono di nessuna di queste prerogative. Sono queste diversità, a volte abissali, che classificano le nazioni ricche o povere.
Il sistema capitalistico sviluppato, il cui massimo esponente è il paese di natura privilegiata, dove l’uomo bianco europeo ha portato le proprie idee, sogni e ambizioni, si trova oggi in piena crisi.
La crisi attuale e le brutali misure del governo degli Stati Uniti per salvarsi porteranno più inflazione, più svalutazione delle monete nazionali, più perdite dolorose dei mercati, minori prezzi per le merci d’esportazione, più scambio disuguale.
“Questo processo non è neutro perché favorirà gli oligopoli più grandi e meglio organizzati che toglieranno i loro rivali dai mercati. La “selezione darwiniana dei più adatti” sgombrerà la strada per nuove fusioni ed alleanze imprenditoriali, mandando i più deboli al fallimento. Però porteranno anche ai popoli più conoscenza della verità, più coscienza, più ribellione e più rivoluzioni








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