I MESSAGGI TOSSICI DI WALL STREET

Di Joseph Stiglitz
Tutte Le crisi hanno una fine, oggi si vede nero, ma la crisi passerà. In realtà nessuna crisi passa senza lasciare tracie, nemmeno la gravissima crisi in corso. Uno dei lasciti di questa crisi globale sarà una battaglia d’idee. O meglio, che tipo di sistema economico sarà capace di trarre il massimo beneficio per la maggior quantità di gente. In nessun alto posto questa battaglia è così feroce come nel Terzo Mondo.
Circa l’ottanta percento della popolazione mondiale vive in Asia, America Latina, e Africa.
Di questi, circa 1.400 milioni sussiste con meno di 1,25 dollari al giorno. Negli Stati Uniti, dare a qualcuno del socialista può essere un titolo esagerato. In gran parte del mondo, tuttavia la battaglia tra capitalismo e socialismo - o almeno tra quello che gli americani considerano socialismo – è sempre all’ordine del giorno. E’ possibile che la crisi attuale non abbia vincitori. Però con certezza ha prodotto molti sconfitti, tra questi i difensori del capitalismo praticato negli Stati Uniti. In futuro, infatti, vivremo le conseguenze di questa constatazione.
La caduta del muro di Berlino nel 1989 ha segnato la fine del comunismo come una valida idea.
Infatti, il comunismo da decenni trascinava con sé problemi evidenti, ma dopo il 1989 è diventato molto difficile prendere la sua difesa in modo convincente.
Per una volta si pensò che la sconfitta del comunismo fosse la vittoria sicura del capitalismo, particolarmente il capitalismo di tipo americano. Francis Fukuyama annunciò “la fine della storia”,
definì il capitalismo di mercato democratico come l’ultimo passo verso lo sviluppo sociale e dichiarò che l’umanità doveva andare avanti in quella direzione. Gli storici denominarono i 20 anni successivi al 1989, come il breve periodo di trionfalismo americano. Il crollo delle grandi banche e istituzioni finanziarie, il caos economico e i tentativi di salvataggio furono dominanti in questo periodo. Anche il dibattito sul “fondamentalismo di mercato” con l'idea che i mercati, senza controllo né restrizioni, possano da soli garantire la prosperità e la crescita economica.
Oggi solo l’autoinganno può portare a qualcuno a dire che i mercati possano autoregolarsi o semplicemente fare affidamento nell’interesse personale dei partecipanti del mercato per garantire che le cose funzionino correttamente e onestamente.
Il dibattito economico è particolarmente intenso nel mondo in via di sviluppo. Mentre qui in Occidente tendiamo a dimenticarlo: 190 anni fa un terzo del PIL globale era prodotto in Cina.
Dopo, e in maniera repentina, lo sfruttamento coloniale e gli accordi commerciali sleali, abbinati alla rivoluzione industriale e tecnologica negli Stati Uniti ed Europa, condannarono all’arretratezza i paesi in via di sviluppo. Di conseguenza, dal 1950 l'economia della Cina rappresentava meno del 5 % del PIL mondiale. A metà del secolo XIX, Regno Unito e Francia fecero una guerra per aprire la Cina al commercio globale denominata la “la seconda guerra dell’oppio”. Fu chiama così perché i paesi occidentali avevano ben poco da vendere alla Cina tranne che quelle droghe, che pian piano invasero il loro mercato generando una grandissima addizione tra la popolazione. Con questa guerra, occidente testava in maniera anticipata una via di correzione della bilancia di pagamenti.
Il colonialismo lasciò un’impronta complessa nel mondo in via di sviluppo. Tra la maggior parte delle persone, tuttavia, l'opinione prevalente è che furono stati crudelmente sfruttati.
Per molti nuovi leader, la teoria marxista forniva una suggestiva interpretazione di questa esperienza, sostenendo che lo sfruttamento è stato in realtà il motore del sistema capitalista.
Perciò, l'indipendenza politica che le colonie conquistarono nella seconda guerra mondiale non suppose il proposito del colonialismo economico. In alcune regioni, come l'Africa, lo sfruttamento, l'estrazione di risorse naturali e la devastazione dell'ambiente, in cambio di briciole erano evidenti, mentre in altri paesi fu più sottile. In diverse regioni del mondo, le istituzioni internazionali come il FMI o la Banca mondiale furono strumenti di controllo post-coloniale. Queste istituzioni proporzionarono il fondamentalismo di mercato (neoliberismo – com’è stato spesso chiamato) una categoria idealizzata dagli americani denominata: “LIBERO MERCATO” che spingeva a favore della deregolamentazione del settore finanziario, la privatizzazione e la liberalizzazione del commercio.
La Banca mondiale e il Fondo Monetario Internazionale assicuravano che tutto ciò che facevano era per il bene dei paesi in via di sviluppo. La loro attività era sostenuta dal team di economisti, apostoli del neoliberismo, molti dei quali provenivano dalla cattedrale del libero mercato, l'Università di Chicago. Alla fine, i programmi dei 'Chicago Boys' non hanno portato i risultati promessi. Il reddito si stagnava, e lì dove c’era la crescita, la ricchezza finiva nelle classi sociali più ricche. Le crisi economiche in alcuni paesi diventarono sempre più frequenti. Solo negli ultimi 30 anni, infatti, vi sono stati oltre un centinaio di notevole gravità.
In questo contesto, non sorprende che le popolazioni dei paesi in via di sviluppo abbiano smesso di credere nelle motivazioni altruiste dell’occidente. Sospettavano che la retorica del libero mercato, che presto divenne nota come il "Consenso di Washington" – era la copertura degli interessi commerciali di pochi (sempre gli stessi). Questi sospetti sono stati rafforzati grazie all'ipocrisia dei paesi occidentali. Europa e Gli Stati Uniti non aprirono i propri mercati alla produzione agricola del Terzo Mondo, che spesso era l’unica cosa che questi paesi potevano offrire. Al contrario, li hanno costretti a eliminare le sovvenzioni per la creazione di nuove industrie, anche se loro sovvenzionavano ai propri agricoltori.
L'ideologia del libero mercato è stata un pretesto per avviare nuove forme di sfruttamento.
Le "Privatizzazioni" hanno fatto sì che gli stranieri possano acquistare miniere e giacimenti petroliferi a basso prezzo in paesi in via di sviluppo.
Ciò significava che potevano trarre notevoli benefici delle attività monopolistiche e semi-monopolistiche, come quella delle telecomunicazioni. La liberalizzazione", a sua volta, voleva anche dire ottenere credito facile, e così le cose andavano male: il FMI forzava la socializzazione delle perdite e i popoli erano costretti a fare sacrifici per pagare le banche.
Il libero mercato faceva si che le multinazionali straniere facessero fallire le industrie emergenti, bloccando l’espansione del talento imprenditoriale locale.
Il capitale poteva circolare liberamente, ma non il lavoro, tranne che per i più capacitati individui, che potevano trovare un posto di lavoro nel mercato globale.
Ovviamente, queste sono solo pennellate di un quadro più complesso. In Asia, ad esempio, c'era più resistenza al Consenso di Washington e anche delle restrizioni alla libera circolazione dei capitali. I giganti asiatici India e Cina, a loro modo, hanno portato avanti l’economia raggiungendo tassi di crescita senza precedenti, ma in generale, nei paesi dove la Banca Mondiale e L’FMI controllano le redini, le cose non vanno bene.
Per i critici del capitalismo americano nel Terzo Mondo, la maniera in cui gli Stati Uniti hanno reagito alla crisi è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Durante la crisi asiatica di solo un decennio fa, gli Stati Uniti e il FMI hanno chiesto che i paesi colpiti abbassassero il deficit attraverso i tagli alla spesa sociale. Poco importò che questa misura abbia contribuito a una ripresa dell’epidemia di AIDS in Thailandia, o che in altri paesi, come in Indonesia, abbia significato il taglio di sussidi per l’alimentazione degli affamati.
Gli Stati Uniti e il FMI hanno obbligato ad alzare i tassi d'interesse, in alcuni casi di oltre il 50 per cento. Hanno esortato l’Indonesia ad essere dura con le banche e al governo a non intervenire, argomentando che sarebbe un precedente molto pericoloso per il delicato meccanismo del “libero mercato”.
Il contrasto esibito nella crisi asiatica e americana è ben noto e non è passato inosservato.
Per tirare furori agli Stati Uniti da questa crisi, siamo testimoni di aumenti massicci della spesa e del deficit, con tassi d’interesse ridotti praticamente a zero. Gli aiuti alle banche sorgono da tutte le parti: alcuni funzionari di Washington, che avevano a che fare con la crisi asiatica, sono ora responsabili a dare risposta alla crisi negli Stati Uniti. La gente del Terzo Mondo si domanda: “Perché Gli Stati Uniti usano una cura diversa quando si tratta di se stessi?”
Nei paesi in via di sviluppo, sono in tanti a subire gli effetti della retorica di questi ultimi anni: “Adottate istituzioni come quella degli Stati Uniti, seguite le nostre politiche, impegnatevi a deregolamentare la finanza, aprite i vostri mercati alle banche americane, se volete imparare
Non è un semplice gesto di Schadenfreude, di gioia per le disgrazie altrui, quello che motiva il severo giudizio dei paesi in via di sviluppo per il fallimento economico degli Stati Uniti. C’è anche in gioco la necessità di individuare quale sia il sistema economico
Inoltre sanno che l’elevato livello di spesa portato avanti dagli americani, non sta funzionando come si sperava, Sanno che dovuto al collasso economico americano, 200 milioni di persone son diventate povere in questi ultimi anni, e sanno che qualsiasi ideale economico sostenuto dagli Stati Uniti deve essere evitato.
Perché dovremo preoccuparci della delusione del mondo intero sul modello capitalistico americano? L’ideologia che abbiamo portato avanti in tutti questi anni ha smesso di funzionare, forse è meglio che non si possa riparare.
Potremo sopravvivere, come abbiamo fatto finora, se nessuno aderisce allo stile di vita americano?
Certamente, la nostra influenza è in declino, poiché è improbabile che ci considerino ancora un modello da seguire. In ogni caso, ciò stava già accadendo in realtà. Gli Stati Uniti avevano un ruolo cruciale nell'economia globale del capitalismo, giacché gli altri ritenevano che avessimo un talento speciale per stanziare risorse finanziarie e fronteggiare i rischi. Oggi nessuno la pensa così: in Asia, dove ci sono ora la maggior parte dei risparmi del mondo, si stano sviluppando i propri centri finanziari. Abbiamo smesso di essere la fonte centrale del capitalismo, le tre banche più grandi sono ora cinesi. La principale banca americana è scesa al quinto posto.
Il dollaro è stato a lungo la moneta di riserva mondiale. I paesi avevano il dollaro come riferimento per determinare la fiducia nelle proprie monete e governo. Tuttavia, e progressivamente, l’idea che il dollaro non può essere un riferimento di valore si è posta alle banche centrali di vari paesi del mondo. Il suo valore, infatti, è oscillato ed è in discesa. L'enorme aumento del debito degli Stati Uniti nel corso di questa crisi, in combinazione con l’indiscriminato prestito dalla Federal Reserve, ha innescato le speculazioni sul futuro del dollaro. I cinesi, apertamente, hanno suggerito la possibilità di passare a un'altra moneta per rimpiazzarlo.
Nel frattempo, il costo per affrontare la crisi è di là delle nostre esigenze. Non siamo mai stati generosi con il nostro aiuto ai paesi poveri. Ma le cose stanno peggiorando. Negli ultimi anni, gli investimenti cinesi in Africa, hanno superato a quelli della Banca Mondiale e la Banca Africana di Sviluppo insieme, anche molto superiori a quelli fatti dagli Stati Uniti. Per affrontare la crisi, i paesi africani sono a Pechino per un aiuto, non a Washington.
Ora, la mia preoccupazione, in ogni caso, ha a che vedere con l’ambito delle idee. Mi preoccupa che, facendosi vedere a poco a poco con maggior nitidezza le falle del sistema economico e sociale americano, le persone dei paesi in via di sviluppo traggano conclusioni errate. Solo pochi paesi – e guarda caso sono proprio gli Stati Uniti – impareranno correttamente la lezione. Si renderanno conto che per riuscire ad andare avanti è necessario un regime nel quale lo scambio di carte tra il mercato e lo stato sia equilibrato, e che questo stato abbia la forza per esercitare forme effettive di regolazione. Si renderanno conto che il potere degli interessi privati deve essere limitato.
Altri paesi, però, hanno tratto conclusioni più confuse e profondamente tragiche. Dopo il fallimento dei loro sistemi dal dopoguerra, la maggior parte dei paesi ex comunisti sono ritornati al capitalismo di mercato e sostituirono Karl Marx con Militon Friedman come nuovo dio. Con la nuova religione, comunque, non gli è andato tutto liscio. Molti pesi possono pensare, di conseguenza, che non solo il capitalismo illimitato, di tipo americano, ha fallito, ma che è il proprio concetto di economia di mercato che ha fallito e che è rimasto inutilizzato. Il vecchio comunismo non ricomparirà, ma sì ritorneranno diverse forme eccessive d’interventismo statale nei mercati. E falliranno. I poveri soffrono a causa del fondamentalismo di mercato, che genera uno spostamento di ricchezza dal basso verso l’alto e non viceversa. Ma i poveri continueranno a soffrire con questo tipo di regime giacché non genereranno crescita. Senza una crescita non ci può essere una riduzione sostenibile della povertà. Non c’è mai stata un’economia efficace che non si sia appoggiata fortemente nei mercati. La povertà stimola la disaffezione. Gli inevitabili fallimenti condurranno a maggiore povertà e saranno difficili da gestire, soprattutto da parte dei governi legati al potere con l’obiettivo di combattere il capitalismo americano. Le conseguenze per la stabilità globale e per la sicurezza degli USA sono evidenti.
Fino ad ora, di solito esisteva un senso di valori condivisi tra gli Stati Uniti e l'élite istruite nel paese stesso. La crisi economica ha eroso l’attendibilità di queste élite. Abbiamo somministrato ai critici del capitalismo delle munizioni potenti e più ampie dell’anti-mercato. E mettiamo a disposizione un numero sempre maggiore di munizioni. Mentre nel recente vertice del G-20, ci compromettevamo a non impulsare il protezionismo, nel frattempo Obama proclamava il "Buy American" nei nostri piani di stimoli. Poi per ammorbidire l’opposizione dei nostri alleati europei, abbiamo modificato questa norma del tutto discriminatoria nei confronti dei paesi poveri. La globalizzazione ci ha resi più interdipendenti; Quello che succede è che una parte del mondo condiziona l’altra, un fatto dal contagio delle nostre difficoltà economiche. Per risolvere i problemi globali, è necessario che sia un senso di mutua fiducia e collaborazione, così come un certo senso di valori condivisi.
Questi rapporti non sono mai stai solidi, e si sono indeboliti ancor di più in questi ultimi tempi.
La fede nella democrazia è un'altra vittima. Nel mondo in via di sviluppo, le persone guardano a Washington e vedono il sistema di governo che ha permesso a Wall Street, di dettare una serie di norme che hanno messo a rischio l’intera economia globale e che quando tocca assumersi le responsabilità, ricorre nuovamente a Wall Steet per gestire la crisi creata da loro stessi.
Il Terzo Mondo vede permanentemente la distribuzione della ricchezza verso l’alto della piramide e non verso la base, chiaramente a scapito dei cittadini. Vede, in sintesi, un problema basico di mancanza di regole del sistema democratico americano. Dopo tutto questo, arrivano alla conclusione che c’è qualcosa che funziona inevitabilmente male con la propria democrazia.
Infine, l'economia americana, si riprenderà, e fino ad un certo punto anche il nostro prestigio all’estero. Per un lungo periodo, gli Stati Uniti erano il paese più ammirato nel mondo, ed è tuttora il più ricco. Piaccia o no, le nostre azioni sono soggette a permanenti esami. I nostri successi sono emulati. Ma i nostri fallimenti sono criticati con derisione. Tutto questo mi fa ricordare Francis Fukuyama. Francis Fukuyama aveva sbagliato a pensare che le forze della democrazia liberale e dell’economia di mercato potessero prevalere e che non ci sarebbe mai stato possibile tornare in dietro, ma non aveva sbagliato nel credere che la democrazia e le forze di mercato siano essenziali per un mondo giusto e prospero. La crisi economica, in gran parte provocata dal comportamento degli Stati Uniti, ha fatto più danni a questi valori fondamentali, in confronto di tutti i regimi totalitari di questi ultimi tempi.
Forse è vero che il mondo si dirige verso la fine della storia, ma adesso si tratta solo di navigare contro il vento ed essere in grado di definire il corso delle cose.
Joseph Stiglitz è professore di economia presso la Columbia University, è stato presidente del Consiglio dei consulenti economici dal 1995 al 1997 e ha vinto il Premio Nobel per l'Economia nel 2001. Attualmente, presiede il comitato di esperti nominato dal Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite per studiare le riforme nel sistema monetario e finanziario internazionale.
Fonte: http://www.visionesalternativas.com/index.php?option=com_content&task=view&id=44281&Itemid=1
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