24 maggio 2009

SHOCK DOCTRINE

Intervista a Naomi klein

"Il capitalismo lucra sui disastri, i profitti aumentano se le crisi peggiorano"

di Valeria Tancredi*

Bisogna essere molto cinici per pensare che c’e’ gente nelle “stanze di comando” delle potenze mondiali che usa i disasti politici e naturali per arricchirsi, sfruttando il dolore e la disperazione.

Ma Naomi Klein, l’autrice di “No Logo” considerato il vademecum del pensiero “no global”, best seller tradotto in 28 lingue, e’ andata oltre. Ha girato il mondo per quattro anni, recandosi nei Paesi colpiti da un qualche tipo di disastro, per raccogliere prove e documenti. Quello che ha visto lo ha raccontato nel suo nuovo libro, “The Shock Doctrine” (Rizzoli – RCS) dove evidenza le connessioni tra guerre, rovesci politici, disastri naturali e introduzione di politiche ultraliberiste, mal viste da ampie fasce delle popolazioni.


Sei una delle pioniere del movimento no global nato a Seattle nel ’99, e gia’ allora accusavi FMI e WTO di imporre politiche ultraliberiste nei Paesi poveri, facendo leva sul ricatto di non concedere altrimenti gli aiuti economici richiesti, qual’e’ la differenza principale con quello che avviene oggi?


La differenza principale e’ che ora lo stesso programma ideologico viene imposto con mezzi piu’ apertamente coercitivi, sotto un’occupazione militare streniera in seguito ad un’invasione come in Iraq, o subito dopo un cataclisma naturale. L’esempio dell’uragano Katrina a New Orlans e’ emblematico, gli speculatori hanno approfittato dell’atmosfera di panico successiva a qualsiasi grande tragedia, per fare tabula rasa del preesistente, alloggi popolari in zone centrali ad esempio, soppiantandolo con interventi speculativi dai quali, ovviamente, i meno abbienti sono tagliati fuori. L’11 settembre sembra aver concesso il via libera per smettere di chiedere ai Paesi se desiderano la versione americana di “economia di mercato e democrazia”, e iniziare invece a imporla con la forza militare dello shock and ave, terrore e sgomento.


Nel tuo libro sostieni pero’ che l’idea di sfruttare i disastri per aprire la pista alla deregulation e al libero mercato era nata gia’ prima, e che l’abbiamo gia’ vista all’opera in altre occasioni del recente passato.


Certo, ormai e’ ampiamente assodato, ad esempio, che il rovescio del governo socialista di Allende in Cile ad opera di Pinochet nel ’73, come la maggioranza delle dittature sudamericane, fu appoggiato e finanziato dalla Cia, e che durante la dittatura cilena, parallelamente al terrore che opprimeva e annichiliva la popolazione, sono stati introdotti tagli fiscali ai ricchi, la cancellazione dei servizi pubblici e il taglio della spesa sociale. Anche oggi gli Usa osteggiano Hamas in Palestina, nonostante sia stato democraticamente eletto. Per loro sono democratici solo i Paesi d’accordo con le loro politiche.


Eppure sembra che i governi del Paesi piu’ poveri siano impazienti di mettere in pratica le teorie liberiste.


La fede cieca nel liberismo inteso come soluzione a tutti i problemi sembra la nuova religione fondamentalista del nostro tempo. Non si puo’ mettere in discussione, o si rischia di essere tacciati come retrogadi che si oppongono al progresso, anche se non c’e’ nessuna prova tangibile che il libero mercato abbia portato il benessere che promette.


I numeri dicono il contrario…


E gia’…, nonostante l’avanzata del liberismo, aumentano anche poverta’, emarginazione e disagio sociale mentre, nello stesso tempo, singole persone arrivano a detenere patrimoni che superano il Pil di alcuni stati africani. I governi invece hanno sempre meno spazio per mettere in campo politiche a favore dei loro cittadini perche’ le risorse economiche e naturali sono sempre piu’ in mano ai privati.


Cosa intendi precisamente con l’espressione “capitalismo dei disastri”?


Ci sono sempre piu’ larghi settori dell’economia i cui profitti aumentano all’aumentare delle crisi e dei disastri. Oltre ai “classici” fabbricanti di armi, in questi ultimi anni abbiamo visto nascere societa’ di sicurezza private, quelle stesse che hanno vinto appalti miliardari in Iraq, ma anche aziende che lucrano sulla paura collettiva, spesso ingiustificata, pompata dai media che offrono una visione del reale fuorviata e falsa. I costruttori di telecamere, micropsie, rencinzioni oppure le industrie farmaceutiche che all’indomani dell’allarme antrace aumentarono i profitti del 40 per cento.



http://www.womeninthecity.articolo21.com/index.php

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